Tutte le caratteristiche dell’offerta di Vanguard per l’Italia


A poco più di un mese dall’arrivo di Vanguard a Piazza Affari con la quotazione di 19 ETF (9 equity, 6 fixed income, 4 fattoriali), Funds People ha incontrato Simone Rosti, country head del gigante USA, tra i primi asset manager al mondo con oltre 5.000 miliardi di dollari di masse in gestione a livello globale, per approfondire i punti cardine della presenza nel nostro Paese. Il punto di partenza non può che essere la cifra distintiva della società statunitense e cioè la natura di mutual fund ownership, ovvero la struttura mutualistica che determina che siano gli investitori stessi, attraverso le quote nei fondi della casa domiciliati negli Usa, a detenere il controllo della società.

Tutto deriva da questo DNA”, spiega Rosti, “la base di una realtà in cui gli interessi dei clienti e degli azionisti sono per natura e struttura allineati”. “Questo”, prosegue, “si riflette nella creazione dei nostri prodotti: tutti a replica fisica e su sottostanti core, dove il prestito titoli viene fatto restituendo al fondo tutte le revenues. Strumenti in cui tutto è pensato in maniera conservativa per fare in modo che il cliente abbia la complessità più bassa e il minor costo possibile. Grazie a questo approccio, negli ultimi tre anni abbiamo restituito agli azionisti 500 milioni di dollari sotto forma di abbassamento delle fee”.

Non esistono prodotti a costo zero

Costo basso non è sinonimo di costo zero. “Si è generata molta confusione intorno a questo tema”, fa notare il country head Italy di Vanguard. “Noi non avremo mai prodotti a costo zero. Quello che è stato fatto lo scorso anno dai colleghi americani è stato rimuovere le commissioni di negoziazione dalla piattaforma proprietaria”, specifica. Vanguard conta negli Stati Uniti circa 4.000 miliardi di masse in gestione, ripartite in modo diversificato tra le varie tipologie di investitori. In Italia e in Europa, sottolinea Rosti, l’attività sarà indirizzata principalmente agli investitori professionali per ragioni di architettura del mercato. “I nostri investitori privati hanno giustamente bisogno di consulenza”, afferma. “Il nostro focus resta sempre fisso su di loro con l’obiettivo di restituire il miglior prodotto al minor prezzo possibile, anche se mediato dall’azione degli investitori professionali”.

La scelta degli indici

La scelta dell’index provider è fondamentale in termini di costi per gli strumenti a replica. Può arrivare infatti a incidere sulla determinazione di questo fattore per oltre il 60%. “Abbiamo valutato tutti gli indici disponibili secondo due parametri”, rivela Rosti. Costo e ampiezza sono stati gli elementi che combinati hanno portato Vanguard a selezionare FTSE per l’azionario e Bloomberg Barclays per l’obbligazionario. “Grazie alla scelta di FTSE abbiamo ridotto del 70% la media della management fee sul mercato”, sottolinea Rosti. “I FTSE sono indici molto ampi”, aggiunge, “che raggiungono un 90% di target di mercato rispetto all’85% di MSCI, aggiungendo un 5% in più di rappresentatività sulle mid cap. Un’ulteriore caratteristica degli indici FTSE è quella di essere forward looking come metodologia di costruzione. Un esempio classico riguarda la Corea del Sud, uno Stato chiaramente sviluppato, che invece MSCI classifica ancora come emergente”.

Analoghe le considerazioni che hanno portato alla scelta di Bloomberg Barclays per gli indici fixed income, “perché rappresentano il giusto mix di costi competitivi e rappresentatività del mercato. All’interno del paniere Blomberg Barclays abbiamo poi ricercato degli indici che avessero la massima diversificazione possibile”, afferma il country head Italy di Vanguard.

Italia, patria dell’obbligazionario

La netta preferenza dell’investitore italiano per il fixed income è nota, anche se dopo anni di bassi rendimenti è in atto uno spostamento verso l’equity. L’obbligazionario continuerà però a essere preferito, sebbene si assista ad un progressivo riequilibrio. L’Italia è già leader del mercato europeo in termini di ETF fixed income e secondo Rosti questo trend è destinato non solo a continuare ma ad aumentare. “A oggi”, sostiene Rosti, “la percezione generale lega ancora il passivo principalmente all’ambito azionario, ma il 2018, con i fondi attivi obbligazionari, in particolare su debito emergente, che non sono stati in molti caso di consegnare i ritorni attesi, ha aiutato a spostare l’attenzione anche verso gli strumenti a replica. La crescita dei flussi degli ultimi mesi su ETF emerging market bond è data certamente da ragioni di asset allocation, ma anche dalla decisione di un numero significativo di investitori di spostarsi da strategie attive a strategie passive”.

Aumenta l’utilizzo e con esso le richieste di nuovi strumenti. “Nonostante negli ultimi anni gli ETF su indici obbligazionari siano cresciuti in modo esponenziale” dichiara il country head Italy di Vanguard, “fornendo un’ampia possibilità di esposizione, arrivano continue richieste da parte dei gestori di sviluppare nuovi prodotti, in particolare sul debito emergente, una asset class che è diventata sempre più core nel portafoglio e che permette notevoli combinazioni in termini di valute e aree geografiche”.

Anche per quanto riguarda la risposta dei fund selector, una volta molto preoccupati dell’arrivo degli ETF sul mercato, l’atteggiamento è secondo Rosti definitivamente cambiato. “Molti pensavano che l’avvento dei passivi avrebbe messo in pericolo il lavoro di selezione di fondi attivi”, dichiara. “La crescita degli ETF”, prosegue, “ha in realtà creato una moltiplicazione di indici sul mercato per cui il ruolo del fund selector è cruciale nel determinare quale tra questi preferire e, se presente sul mercato, quale strumento lo possa replicare nel modo migliore”.

Il portafoglio del futuro

“Il portafoglio deve combinare per una parte core prodotti passivi a basso costo e ben diversificati sulle principali asset class con prodotti in grado di generare alpha e che presentino un potenziale di diversificazione e decorrelazione”. Il country head Italy di Vanguard non a dubbi nel delineare le caratteristiche di un’allocazione efficiente rispetto alle attuali possibilità di scelta degli investitori. “Le strategie messe in atto dalle maggiori case di gestione al mondo”, fa notare Rosti, “dimostrano come questo sia ormai un dato acquisito. C’è chi ha incluso nella propria offerta ETF acquisendoli, chi lo ha fatto lanciandoli, chi trasformando strategie gestite in fondi attivi in strategie passive. Nel panorama globale sono ormai pochissime le grosse case che non hanno al proprio interno strumenti a replica”, conclude.

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