Svalutazione del dollaro e QE per uscire dalla recessione


Contributo a cura di Maurizio Novelli, gestore del Lemanik Global Strategy Fund.

L’attuale fase di ribasso, sebbene piuttosto violenta anche per effetto del Covid-19, non ha ancora visto i suoi minimi. L’unica soluzione per uscire dalla recessione che ci attende prevede politiche fiscali espansive in America con timing adeguato e mirate sul reddito privato, decisa svalutazione del dollaro e Quantitative Easing per finanziare l’espansione del debito pubblico.

Questi interventi potrebbero mettere fine al lungo periodo deflazionistico e far ripartire l’inflazione, aprire un bear market sui bond e produrre un significativo repricing dell’azionario. L’economia dei principali Paesi sviluppati si appresta a subire una recessione. La Cina ha avuto il picco della diffusione del coronavirus dopo circa due mesi dall’outbreak e tuttora si trova in una fase di difficoltà. In base alle informazioni a noi disponibili sembra che l’Europa e gli Stati Uniti potrebbero avere il picco di diffusione dell’epidemia tra circa un mese e, stando così le cose, l’impatto più significativo sull’economia occidentale dovrebbe ancora materializzarsi. Questo evento imprevisto colpisce il ciclo dell’economia internazionale quando già era iniziata una contrazione del ciclo del credito e della crescita, con un livello di propensione al rischio sui mercati altissimo e con il massimo della leva finanziaria presente nel sistema. Difficilmente la Fed sarà in grado di gestire un “atterraggio morbido” usando la leva dei tassi d’interesse, mentre le eventuali politiche fiscali di supporto non sono così imminenti come possono sembrare. In ogni caso, se inizia il deleverage del sistema finanziario americano saranno guai seri perché la contrazione del ciclo tende poi a protrarsi fino a quando la riduzione del livello del debito speculativo non giunge al termine. Le politiche fiscali e monetarie sono efficaci solo al bottom del ciclo di contrazione e non durante la contrazione dell’economia, è quindi assolutamente importante il timing di implementazione di tali interventi affinchè non vengano bruciati dal deleveraging.

Nel frattempo, gli osservatori dell’economia cinese sono ansiosi di capire se la produzione industriale della principale economia asiatica è nell’imminenza di un recupero ma, se anche la Cina riprendesse da subito a produrre beni destinati all’export, occorre tener presente che ora si sta contraendo la domanda in Europa e Stati Uniti. Lo sbilancio tra produzione cinese e consumi occidentali non sembra pronto a essere colmato e rischia di creare seri problemi al ciclo mondiale. L’anno 2020 è ormai seriamente compromesso ed eventuali rimbalzi dell’attività non potranno essere duraturi fino a quando non si sarà assestato il mismatching tra produzione, scorte e consumi.

A questo punto è lecito chiedersi cosa succederà ai segmenti del mercato del credito più speculativi che fino a oggi hanno goduto dell’effetto caccia al rendimento e sono pieni di trilioni di dollari di posizioni speculative. Se l’incertezza permane, il rifinanziamento di tali operatori sarà più difficile e certamente più caro, innescando una serie di default che rischiano di produrre un credit crunch nel segmento del credito che più ha beneficiato di ampi flussi di capitale negli ultimi anni. Il coronavirus rischia dunque di essere il cigno nero che procura una crisi economica attraverso una nuova crisi finanziaria. Le politiche prospettate da Bernie Sanders, che prevedono un deciso ridimensionamento del ruolo della finanza speculativa come uno degli strumenti di gestione dell’economia degli Stati Uniti, non sono così irrealistiche nello scenario futuro.

Il nostro attuale assetto di portafoglio era posizionato per una inversione del ciclo del credito ed è quindi perfettamente in linea con uno scenario di recessione o di serie difficoltà economiche. Pensiamo di incrementare le posizioni short sul dollaro perché la Fed sarà costretta a spingere decisamente al ribasso i tassi nel corso dell’anno. L’oro ha subito una correzione inattesa, a causa di interventi mirati a impedire che l’indicatore di rischio sistemico per eccellenza accentuasse il panico. Tuttavia, riprenderà il suo trend rialzista iniziato ormai dallo scorso anno.

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