Sorpasso in vista nel mondo della gestione passiva


A fine luglio erano 3.289 i prodotti indicizzati domiciliati in Europa, di cui 2.305 ETP. Sebbene costituiscano una minoranza, storicamente gli index fund hanno sempre goduto di maggior protagonismo nei portafogli degli investitori europei rispetto agli ETF. Il loro patrimonio gestito, infatti, ha superato sempre quello dei fondi passivi quotati. Secondo i dati di Morningstar, i fondi indicizzati in Europa vantano asset pari a circa 863 miliardi di euro, rispetto ai 793 miliardi concentrati in ETF. A separarli, quindi, sono appena 70 miliardi.

La notizia è che il sorpasso nel mondo della gestione passiva è più vicino che mai perché, sebbene entrambi i veicoli continuino a registrare afflussi, quelli degli ETF sono maggiori. Il tasso di crescita organica dei fondi indicizzati nell'ultimo anno – che esprime i flussi in rapporto agli asset all’inizio del periodo preso in considerazione - è del 6,5% mentre quello degli ETF è del 9,18%. Tradotto in euro, negli ultimi dodici mesi, i fondi indicizzati hanno attirato quasi 50 miliardi in Europa, mentre le entrate in ETF hanno toccato quota 66 miliardi.

“L’infatuazione degli investitori per gli ETF sembra continuare. Una tendenza che si riflette anche nel numero di prodotti disponibili e nei nuovi lanci. Gli asset gestiti dagli ETF sono in procinto di superare quelli dei fondi indicizzati tradizionali, segno che gli operatori apprezzano la flessibilità e la gamma di scelta offerta da tali strumenti. Con l’avvento di MiFID II, poi, ci si può aspettare che questo trend in Europa continui anche in futuro”, afferma Valerio Baselli, giornalista di Morningstar in Italia e Francia.

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Come rivela un recente studio di J.P. Morgan AM, i responsabili della selezione di fondi internazionali aumenteranno in modo considerevole le allocazioni in ETF dei portafogli dei propri clienti nei prossimi anni. Pertanto, se nel 2016 i fondi quotati rappresentavano il 22% dei portafogli di clienti in tutto il mondo, attualmente gli ETF costituiscono già il 29% di essi. L'aspettativa di questi professionisti, sempre secondo l’indagine, è che tale cifra arriverà al 39% nei prossimi due o tre anni. Nel caso specifico dell'Europa, si stima che la percentuale entro 36 mesi raggiunga il 34%.

Per identificare i potenziali driver di questa crescente domanda di allocazioni in ETF nei portafogli, è stato chiesto ai responsabili della selezione di fondi di asset manager, fondi di fondi, private banking e compagnie assicurative quali fossero secondo loro i principali vantaggi dell'investimento in ETF. L'83% ha citato le commissioni e le spese, seguite da flessibilità di negoziazione (65%) e trasparenza delle posizioni (40%). Ma perché i fondi indicizzati non godono dello stesso interesse?

Perché sebbene si tratti di due strategie di gestione passiva che replicano indici, in realtà presentano differenze importanti. In primo luogo, i fondi indicizzati tendono ad avere un TER inferiore e un costo di acquisto e vendita più elevato per l'investitore rispetto agli ETF, che hanno un TER più alto e costi di entrata e uscita inferiori. In questo processo di compravendita, negli ETF l'investitore interagisce con i broker, mentre nei fondi indicizzati lo fa con la società di gestione. Ma queste non sono le uniche differenze.

Nei fondi indicizzati esistono le classi e possono pagare le retrocessioni, cosa che negli ETF non si verifca. Nei primi, vi sono volumi minimi negoziabili, mentre negli ETF l'investitore può operare a partire da un lotto. Per quanto riguarda la trasparenza, poi, l'ETF consente all'investitore di avere accesso al portafoglio quotidianamente, mentre per i fondi indicizzati tale accesso è generalmente mensile.

Quando si parla di ciò che sta accadendo nel mondo della gestione passiva in Europa, è importante ricordare che stiamo parlando di un settore con un tasso di crescita organica dell'8% (rispetto al -1,2% della gestione attiva), che vanta un volume di circa 1,65 bilioni di euro, ma che oggi rappresenta ancora una piccola parte del patrimonio totale presente nel Vecchio Continente, con una quota di mercato del 18% (negli Stati Uniti ha già raggiunto il 40% degli asset).

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