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Scontro USA-Cina, in gioco la leadership globale


Stati Uniti e Cina hanno tempo fino al primo marzo per non ricadere nella dinamica di conflitto aperto sui dazi commerciali. Si avvicina la data di scadenza della tregua di 90 giorni siglata da Donald Trump e Xi Jinping ad inizio dicembre. Troppo tardi per influire in modo significativo sull’andamento dei mercati, in particolare dell’azionario USA, che ha registrato nell’ultimo mese del 2018 performance tra le peggiori degli ultimi trent’anni. “La guerra commerciale”, spiega Maria Paola Toschi, global market strategist di J.P. Morgan Asset Management, “è stato uno dei fattori più negativi dello scorso anno e ha contribuito in maniera decisiva all’inversione del momentum economico. L’attuale tregua, con segni di apertura da parte della Cina sull’aumento delle importazioni nel settore alimentare, nasconde però la reale complessità della questione”.

Con quali prospettive economiche arrivano i contendenti al tavolo negoziale

Analizzando gli scenari di breve periodo, appare chiaro come non sia convenienza né di Washington né di Pechino riaprire un contenzioso in grado di mettere sotto pressione due economie ancora in crescita ma che mostrano segnali di flessione. “Non ci attendiamo”, spiega Monica Defend, chief strategist di Amundi, “una recessione nel breve periodo negli Stati Uniti, ma questo non significa che non ci possa essere una compressione degli utili, elemento che stiamo monitorando più da vicino in questa fase”. “Si possono già notare”, specifica, “gli effetti negativi della guerra commerciale sui ricavi manifatturieri e wholesales che porteranno ad una sofferenza sui profitti”.

La previsione degli analisti di Amundi SGR è per un ridimensionamento significativo degli utili aziendali americani che si attesteranno al 6,7%, ancora al di sopra della media storica del 5,6%, ma molto minori rispetto ai dati a doppia cifra dell’ultimo anno. Una posizione negoziale non semplice per Trump che secondo Fabio Castaldi, senior investment manager di Pictet Asset Management, è radicalmente cambiata rispetto all’estate scorsa, periodo in cui il presidente americano poteva permettersi di minacciare ogni giorno tariffe aggiuntive. “Oggi”, afferma Castaldi, “Trump si trova a fronteggiare le conseguenze di una violenta correzione a dicembre sul mercato azionario e di un rallentamento della crescita USA causati anche, se non principalmente, dalla contesa sui dazi innescata con Pechino”. Se da una parte dunque Trump non può permettersi che l’influsso negativo sui fondamentali di una guerra commerciale metta ulteriore pressione sul ciclo economico statunitense, dall’altra, fa notare Toschi, “le conseguenze più forti sono state finora subite dalla Cina che ha dovuto mettere in campo misure di stimolo fiscale e monetario per contrastare i rischi legati alla crescita causati dal calo delle esportazioni”.

Il nodo presidenziali USA 2020

L’asso nella manica di Xi Jinping è la stabilità della leadership politica. Xi, a differenza di Trump, non ha infatti il problema del consenso. La corsa alla Casa Bianca per il 2020 è già iniziata e il presidente USA non può mostrarsi troppo morbido nei confronti di Pechino, se non con pesanti ripercussioni da un punto di vista elettorale.  Allo stesso tempo non può permettersi di andare a elezioni in recessione, avendo fatto della crescita un punto cardine della propria amministrazione. “Piuttosto”, afferma Defend su questo punto, “troverà il modo di aggiungere altra spesa fiscale per prolungare artificialmente l’espansione, ma sarebbe incauto correre alle elezioni con un quadro economico compromesso”.

“Uno scenario”, analizza Toschi,  “che preclude ad un accordo di facciata in cui il vero scontro tra le due superpotenze sulle questioni cruciali da un punto di vista economico e geopolítico verrà solo rimandato”. Della stessa opinione Castaldi che vede buone possibilità per un intervento di Pechino per ridurre il surplus commerciale nei confronti degli USA tramite l’aumento delle importazioni, in particolare per quanto riguarda il settore agricolo. “Nonostante le dichiarazioni costruttive e i tavoli tecnici avviati è chiaro come, a prescindere dalla necessità di raggiungere una soluzione temporaneea, il problema di fondo non troverà una soluzione il primo marzo 2019”, afferma il senior investment manager di Pictet AM.

Chi guiderà il mondo nel 2030?

Il problema di fondo è quello della proprietà intellettuale. “L’attuale stato dei rapporti tra Pechino e Washington, per cui le aziende statunitensi per operare in Cina devono avviare join venture o accordi similari con attori locali, dando dunque l’accesso a tecnologie e banche dati”, spiega sempre Castaldi, “ha enormi ripercussioni non solo per le implicazioni commerciali ma anche per quelle geopolitiche”. “La proposizione della Cina per la leadership mondiale in un mondo in cui la guida americana si va perdendo è ormai chiara e il trasferimento di proprietà intellettuale svolge in questo contesto un ruolo decisivo su cui non esiste una soluzione negoziale”, aggiunge. Uno scontro che avrà, conferma Defend, una posta in gioco ben più alta delle tariffe doganali. “I dazi”, sottolinea il chief strategist di Amundi, “rappresentano solo un’appendice della questione centrale e cioè quale sarà il modello industriale che prevarrà alla fine della prossima decade”. Per stabilire l’esito della contesa molto dipenderà, secondo Toschi, dall’evoluzione del quadro politico americano e dalla capacità di Pechino di rinnovare la propria economia per far fronte continuativamente ad un rallentamento della crescita dovuto alla transizione ad un modello industriale improntato ad un maggiore valore aggiunto. “Potremmo trovarci alle porte di un cambio epocale”, conclude Defend, “perché pensare che la Cina, con tutti le sue contraddizioni, possa imporsi come guida globale, mette in crisi molti degli assunti del modello socio-economico occidentale”.

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