Russell Investments, come cambia la view di mercato nel 2018


Gli Stati Uniti stanno vivendo il terzo periodo di espansione più lungo della loro storia. Secondo il modello BCI (business consumer index) elaborato da ​Russell Investments a fine 2017, l'indice BCI stima una probabilità di recessione negli Stati Uniti pari al 25% nei prossimi 12 mesi. Il modello utilizza una serie di variabili economiche e finanziarie per stimare la forza dell’economia statunitense e prevedere le probabilità di recessione. “È un livello che segnala prudenza ma non è ancora il momento di allarmarsi. Anche se, a nostro avviso, una recessione negli Stati Uniti nel breve termine è uno scenario alquanto improbabile”, afferma Martin Jaugietis, managing director, multi-asset solutions di Russell Investments.

Nel 2018, se da un lato le Banche centrali dei Paesi sviluppati stanno avviando un processo di normalizzazione delle politiche monetarie, dall’altro il governo statunitense sta aumentando lo stimolo fiscale in un’economia ai punti massimi del ciclo. A questo proposito, l’asset manager americano sta mantenendo portafogli bilanciati per il rischio e aggiungendo strategie di downside protection. “Questi aggiustamenti ci consentono di beneficiare della fase rialzista del mercato, nel caso in cui dovesse continuare, e di proteggerci da un eventuale ribasso nel caso in cui dovesse verificarsi un forte sell-off”, dice l'esperto.

Inoltre, aggiunge Jaugietis, “stiamo gestendo la volatilità dei tassi di interesse all’interno di tutti portafogli e quindi non solo per i prodotti obbligazionari. L'aumento dei tassi ha un impatto diretto sui rendimenti degli investimenti a lungo termine". Ad esempio, nei portafogli multi-asset, la società mantiene posizioni di sottopeso nelle asset class più sensibili ai tassi come i fondi immobiliari e infrastrutturali quotati. Allo stesso tempo, "stiamo mantenendo posizioni di sovrappeso nel settore finanziario, che tende a beneficiare di tassi di interesse più elevati".

Lato equity, l’azionario americano presenta valutazioni elevate, con le azioni dell’S&P500 che a fine 2017 scambiavano ad un Shiller P/E di 31,3x. La casa americana continua a sottopesare l’azionario americano nei portafogli globali e a preferire l’azionario europeo, giapponese e, anche se in misura minore, l’azionario emergente. A questo proposito, sottolinea Jaugietis, “diventa fondamentale diversificare tra le diverse aree geografiche. Stiamo aggiustando i portafogli al fine di diversificare le fonti di rendimento, facendo leva sulle capacità di preservazione del capitale e adottando strategie di asset allocation dinamica”. Per quanto riguarda l’eurozona, i solidi fondamentali e le valutazioni relativamente attraenti portano la società a preferire l’equity europeo rispetto a quello statunitense.

Lato fixed income, i titoli di Stato core europei risultano cari nel lungo termine. “A nostro avviso, quest’anno le quotazioni dei bond core dovrebbero restare all’interno del range 0-0,8% e saranno ancora supportati dall’acquisto di titoli di Stato da parte della BCE e dalla bassa inflazione. Siamo passati da una posizione di sovrappeso a una posizione neutra sulle obbligazioni periferiche, che dopo aver performato bene nel 2017, presentano valutazioni meno a 'buon mercato'”.

Secondo Jaugietis, il 2018 dovrebbe essere un altro anno particolarmente positivo per la regione Asia-Pacifico, che continuerà a beneficiare di uno scenario favorevole grazie alla crescita economica globale robusta e alle politiche delle Banche centrali, anche se il rallentamento della crescita in Cina può rappresentare una fonte di rischio. “Le valutazioni sono abbastanza care, soprattutto il settore tecnologico cinese che risulta estremamente costoso, ma all’interno della regione rimangono ancora sacche di valore che possono essere sfruttate. Dopo le eccellenti performance del 2017, le valutazioni delle azioni giapponesi si stanno muovendo verso l’alto, mentre l’equity australiano rimane abbastanza costoso”.

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