Quella strana dicotomia tra economia reale e mercati finanziari


Contributo a cura di Niccolò De Rossi, Centro Studi e Ricerche di Itinerari Previdenziali.

Euforia da un lato, pessimismo dall’altro. Due sentimenti diametralmente opposti ma che in questo periodo sembrano caratterizzare, allontanandoli sempre più, l’andamento dei mercati finanziari e l’economia reale dei diversi Paesi. I primi infatti, dopo il simultaneo crollo delle principali piazze finanziarie mondiali, tra la fine di aprile e il mese di maggio si sono resi protagonisti di un consistente recupero delle perdite causate dallo scoppio del Coronavirus e dal conseguente lockdown. 

I dati macro parlano una lingua diversa

Guardando ai dati che riguardano prettamente l’andamento delle economie, le ultime stime OCSE descrivono la condizione attuale come la più grande crisi che fino ad oggi il mondo abbia conosciuto. Allo stesso modo la Banca mondiale stima per il 2020 che quasi la totalità delle economie globali conoscerà una fase recessiva. 

L’OCSE prevede infatti una contrazione della crescita globale del -6%, a cui va aggiunto almeno un altro punto e mezzo percentuale nel caso si tornasse a una nuova diffusione dei contagi e dunque nuove possibili chiusure forzate. Sul fronte Europa, il continente occidentale che per primo ha conosciuto le tragiche conseguenze della pandemia, la stessa OCSE prevede una contrazione vicina al 10% e oltre l’11% nello scenario pessimistico di ritorno dei contagi. 

L’Italia invece, primo Paese in Europa ad aver dovuto fare i conti con la diffusione del virus e quindi tra i primi ad applicare il doloroso lockdown, sta attraversando uno dei periodi più difficili della sua storia, tanto dal lato della produzione quanto dell’occupazione. Le previsioni interne dell’Istat, evidenziate nell’ultima pubblicazione “Prospettive per l’economia italiana” parlano di una forte contrazione del PIL 2020 nell’ordine dell'8,3% nell’anno in corso e una possibile parziale ripresa nel 2021 di oltre il 4%. 

Come si vede nella tabella successiva però, le voci che fanno maggiormente temere per la stabilità economica e sociale del Paese sono la forte caduta delle esportazioni e il livello della disoccupazione. Nel leggere il dato del mercato del lavoro, che viene previsto addirittura in contrazione nel 2020 per poi tornare a crescere oltre il 10% nel 2021, va tenuto in considerazione che rispetto alla media dello scorso anno in questi 4 mesi di pandemia circa 500.000 persone hanno smesso di cercare lavoro, entrando così a far parte della categoria degli inattivi. 

Insomma, ci sono tutti i presupposti per asserire che le maggiori economie mondiali sono ben lontane dall’essere fuori dalla crisi, forse solo un po' più vicine a una possibile ripresa che potrebbe però restituire le prime evidenze solamente verso la parte finale del secondo semestre dell’anno, contagi permettendo. Una situazione generale dunque di grande fragilità economica che potrebbe cedere il passo e trasformarsi in crisi democratiche e sociali.

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Fonte: Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali ​

A fronte dei dati macroeconomici che restituiscono una contrazione dei più importanti indicatori economici, i mercati finanziari sembrano basarsi, ancora una volta, sul grande sostegno che arriva dai provvedimenti messi in campo dalle Banche centrali, BCE in testa.

Negli Usa infatti, l’S&P500 è tornato a lambire i livelli di fine 2019, mettendo a segno un rally di oltre il 40% quasi come se la pandemia fosse solo un ricordo di qualche decennio fa. L’indice è così a un passo dai massimi storici di inizio anno. Tutto ciò non può che rallegrare tutti, se non fosse che lo scenario di base di quel tempo era completamente diverso nei fondamentali economici, soprattutto sul dato della disoccupazione data oggi in forte aumento. Già allora gli analisti ritenevano i livelli raggiunti sin troppo elevati, figuriamoci in questa situazione. 

In Europa, l’Eurostoxx 50, dopo aver fatto segnare una perdita prossima al 40% (da inizio anno al minimo toccato il 18 marzo), ha girato la propria curva riportandola in pendenza positiva e recuperando circa il 30% nel periodo compreso tra il minimo a fine maggio. L’indice ha potuto contare non solo sull’effetto positivo delle misure intraprese dalla Banca centrale europea (l’unica ad aver messo in campo due quantitative easing, uno per sostenere l’inflazione e uno per contenere lo shock della pandemia) per contenere i risvolti sulle economie, ma anche su un (parziale) ritrovato senso di unità.

Dunque, è davvero possibile che, a prescindere dal tipo di ripresa (a V o meno) che ci sarà, i mercati azionari possano rimanere prossimi ai livelli di inizio anno nonostante una situazione macroeconomica completamente diversa? La risposta più plausibile è che il grande recupero messo a segno è stato sostenuto quasi esclusivamente dalla conferma delle attese riguardo alle iniziative di politica monetaria e sostegno alla ripresa senza limiti delle banche centrali. Esauriti infatti gli appuntamenti con le dichiarazioni delle istituzioni internazionali, già dalla fine della seconda settimana di giugno, i principali titoli azionari che avevano trainato il rally hanno girato in negativo. Ciò indica da un lato una parziale presa di profitto, ma soprattutto l’indicazione che anche il sentiment di mercato si dirige verso un atteggiamento difensivo e basato sui dati macro e sull’evoluzione dei contagi, molto meno ottimistici delle recenti valutazioni dei listini azionari.

Già prima dello scoppio della pandemia e della conseguente crisi globale era evidente l’estrema dipendenza dei mercati finanziari dalle dichiarazioni e misure adottate dalle banche centrali. L’ingente liquidità pompata negli ultimi anni, che non trova rendimenti safe sull’obbligazionario, non può che dirigersi verso l’equity, gonfiando le valutazioni e staccandosi talvolta eccessivamente dai fondamentali economici. L’emergenza attuale impone di adottare ancora una volta, come per le precedenti crisi, misure straordinarie e di forte impatto tanto sulle economie quanto per contenere le perdite sui mercati, che in modo altalenante e discontinuo, perseverano nel loro percorso di scollamento dall’economia reale.

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