Quattro scenari e tre rischi della trade war nel 2019


I negoziati tra Cina e Stati Uniti che si terranno questa settimana preoccupano Wall Street. Al momento le tensioni commercialo rimangono una delle maggiori preoccupazione per la crescita globale quest’anno e gli investitori sperano che le due parti trovino presto un accordo. Ma quali potrebbero essere i possibili esiti della guerra commerciale tra USA e Cina e quali le conseguenze sui mercati? Secondo Nathan Sheets, chief economist di PGIM Fixed Income, gestore delegato di Pramerica SGR, nonché ex sottosegretario al Tesoro degli Stati Uniti per gli affari internazionali e rappresentante per il governo degli Stati Uniti per la politica economica internazionale, sono quattro gli scenari presenti sul tavolo delle negoziazioni:

  1. De-escalation. Accordo raggiunto in primavera. “Per raggiungere un’intesa in tempi così rapidi, le negoziazioni avrebbero bisogno di acquisire consistenza rapidamente, elemento possibile data la motivazione di entrambe le parti a raggiungere un accordo. La Cina desidera infatti eliminare le incertezze legate ai conflitti commerciali, e l’obiettivo dell’amministrazione Trump è di andare alla ricerca di buone notizie in ambito economico per dare sostegno ai prezzi azionari e alla fiducia dei consumatori. Data l’ampiezza del ventaglio delle questioni sul piatto, tuttavia, riteniamo che il percorso delle negoziazioni sia lungo. È poco probabile che gli USA dicano di sì a un accordo limitato che preveda esclusivamente una promessa da parte di Pechino ad acquistare quantità maggiori di gas naturale liquefatto e prodotti agricoli. In ogni caso, nutriamo più di un dubbio sull’intenzione di Trump di rinunciare così rapidamente al potere contrattuale offerto dai dazi”.
  2. Soft De-escalation. Accordo raggiunto in estate, o più probabilmente, in autunno. “Le due parti continuano la fase di negoziazione per buona parte dell’anno, con sia gli Stati Uniti che la Cina pronti a dare la responsabilità della lunghezza delle discussioni alla complessità delle questioni sottostanti, soprattutto alla luce delle problematiche relative all’applicazione pratica degli accordi. Il tono delle discussioni è in linea generale costruttivo, seppur in presenza di occasionali minacce da parte della Casa Bianca (di conseguenza i mercati possono tranquillizzarsi sempre). Un accordo che includa anche passi in avanti in termini di bilancia commerciale, proprietà intellettuale e poche altre tematiche. Ad esempio, gli Stati Uniti si impegnano in anticipo a non apporre ulteriori dazi nei confronti della Cina con la promessa di ammorbidire i dazi esistenti nei successivi 12 mesi man mano che la Cina amplierà l’accordo. Nel complesso è questo lo scenario che, dal nostro punto di vista, bilancia meglio le considerazioni precedenti”.
  3. Rallentamento. Le negoziazioni vanno avanti durante l’anno, senza giungere a una conclusione. “In assenza di un chiaro indirizzo politico, le amministrazioni coinvolte potrebbero perdere interesse sul tema, focalizzandosi più su tematiche di altra natura, le negoziazioni potrebbero non arrivare a conclusione. Uno scenario di questo genere potrebbe fornire a entrambe le parti il tempo necessario per riflettere sulla migliore soluzione in merito a questa spinosa questione, aspetto che potrebbe gettare le basi per un accordo migliore. D’altro canto, le negoziazioni arriveranno inevitabilmente a un punto in cui sarà necessario prendere decisioni complesse, richiedendo di fatto un indirizzo politico. Dal nostro punto di vista, un esito di questo tipo non è probabile; infatti, durante i primi due anni di mandato, Trump è più volte tornato sul tema dei dazi e la Cina è al centro dell’agenda di politica estera degli Stati Uniti”.
  4. Escalation. Le negoziazioni naufragano e gli Stati Uniti ampliano i dazi nei confronti di Pechino. “È ormai noto quanto sia difficile prevedere le mosse di Trump in materia di dazi e le sorprese sono dietro l’angolo. Di conseguenza, con una performance dei mercati (di recente) in miglioramento, l’amministrazione USA potrebbe vedere lo spazio per un rinnovato confronto. Inoltre, fino alle elezioni di novembre 2020, c’è ancora tempo di attraversare un altro ciclo di intensificazione dei negoziati. Alternativamente, l’offerta della Cina potrebbe deludere le attese di Trump, aspetto che potrebbe portare il presidente USA ad applicare un ulteriore round di dazi. Se così fosse, crediamo che i rischi per l’economia statunitense e per i mercati, compresi quelli di un ulteriore effetto negativo sulla crescita cinese, rendano un approccio di tal tipo relativamente poco attraente per la Casa Bianca”.

A prescindere da questi quattro possibili scenari, esiste comunque una possibilità che, anche in caso di un accordo con la Cina, Trump utilizzi lo stesso atteggiamento protezionistico con altri Paesi. “Crediamo che la guerra commerciale possa arrivare a una conclusione nel corso dei prossimi 12 mesi. Per quanto non si tratterà di un percorso privo di ostacoli, è probabile che ogni passo avanti in quest’ambito rappresenterà un elemento positivo per i mercati e per gli asset di rischio”, aggiunge il gestore delegato di Pramerica SGR.

I tre rischi

In vista delle elezioni nel 2020, non sono eslcusi ulteriori rischi, a detta di Nathan Sheets. “In primo luogo, riconosciamo che Trump potrebbe sorprenderci incrementando i dazi contro la Cina oppure aprendo un dibattito sul settore automobilistico. Entrambi gli interventi potrebbero esercitare un effetto negativo creando potenzialmente un’importante ventata di avversione al rischio tanto negli Stati Uniti quanto sui mercati globali. In secondo luogo, è probabile che nessun tipo di accordo con la Cina sia in grado di dissipare completamente i timori relativi alle modalità di sviluppo da parte di Pechino. Di conseguenza, in caso di rielezione, Trump potrebbe tornare alla carica con una seconda ondata di tensioni commerciali nel corso del 2021 o del 2022, facendo pressione per ulteriori concessioni. In terzo luogo, con gli Stati Uniti che hanno già ampiamente dispiegato i propri strumenti in materia di politiche commerciali, è probabile che altri Paesi facciano altrettanto. Ciò non significa che ci aspettiamo un’ondata di protezionismo su scala globale, ma potrebbero verificarsi nuovi episodi di atteggiamenti aggressivi in termini commerciali nei prossimi anni. Ciò, a sua volta, potrebbe minare l’apertura e l’integrazione che hanno caratterizzato l’economia globale degli ultimi decenni”, conclude l'esperto.

Società

Notizie correlate

Anterior 1 2 Siguiente