Private markets, alle origini dell’over performance


Una casa di gestione straniera con radici nei mercati privati che risalgono all’800 e una realtà italiana che ha deciso di dedicare recentemente un grande evento di tre interi giorni ai mercati privati. “La finanza abbatte le barriere ed esplora nuovi territori”, questo il titolo della conferenza che ha avuto come protagonisti Schroders e Azimut, in occasione di ConsulenTia 2020. Un approfondimento con Marco Barindelli, deputy country head di Schroders, e Pietro Muzio, chief of staff, director di Azimut Libera Impresa SGR, sull’asset class più dibattuta nel panorama attuale in ottica di generazione di rendimento.

Inefficienza e asimmetria informativa

La ricerca di ritorni sull’investimento, resa più difficile da una serie di fattori tra cui le attuali politiche monetarie, ricerca nuovi spazi di manovra. “La generazione di alpha”, afferma Barinedelli, “non può più fare affidamento esclusivamente su una migliore attività di stock picking”. “Oggi”, prosegue, “guardiamo alla sostenibilità, ai mercati emergenti e ai private assets”.  Caratteristiche fondamentali di quelli che sono individuati come i territori dell’alpha sono la relativa inefficienza e l’asimmetria informativa. “I mercati privati”, afferma Muzio, “richiedono una grande quantità di due diligence supplementare rispetto ai mercati quotati”. “È necessario avere il tempo per conoscere il modello di business e a seguito dell’investimento lavorare a stretto contatto con l’azienda in ottica di crescita”, aggiunge. Azimut Libera Impresa SGR è l’entità del Gruppo che concentra l’attività sull’asset class. “Il nostro obiettivo”, dichiara Muzio, “è diventare la piattaforma di riferimento per gli investimenti alternativi dedicati alla clientela retail”.  Una connessione storicamente inusuale che vive negli ultimi anni nel tentativo di coniugare investimento e economia reale. “Il dialogo molto costruttivo con BankItalia, CONSOB, MEF ci ha permesso di lavorare in modo significativo in maniera netta le soglie minime di investimento, fino ad abbassarle a 5.000 euro”, completa il manager.

Origine e destinazione

Una delle origini dell’interesse per i mercati privati, sottolineata da Barindelli, è da ricercare nella contrazione del numero di aziende quotate nei mercati sviluppati. “Il numero di IPO è in forte diminuzione e contemporaneamente molte società sono uscite dal mercato o sono state interessate da fusioni e acquisizioni. Rispetto al 2000 abbiamo un numero di aziende quotate dimezzato per quanto riguarda gli Stati Uniti, mentre il dato sale ad oltre il 60% se guardiamo al Regno Unito”. Se dunque da un lato trovare valore risulta sempre più complicato per quanto riguarda molti comparti tradizionali, dall’altro il premio presente sui mercati privati ha come contraltare l’illiquidità. “Per quanto riguarda un fondo private equity la durata media è tra gli otto e i dieci anni mentre per quanto riguarda il private debt è possibile abbassare questo dato temporale. È per questo motivo che promuoviamo una diversificazione dell’esposizione interna agli stessi mercati privati che può essere d’aiuto per mitigare la razionale e comprensibile attenzione dell’investitore sulla minore liquidità associata a questa tipologia d’investimento”. Al netto delle cautele necessarie, secondo i relatori, un aumento ragionato e graduale della quota detinata ai private markets nei portafogli medi sarà il futuro, tanto che Barindelli annuncia “novità nei prossimi mesi” per quanto riguarda la casa di gestione britannica.

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