Post Covid-19: esiste un rischio inflazione?


La risposta all’emergenza del Covid-19 è avvenuta su tre livelli. Il primo è quello sanitario, con i diversi Stati impegnati nel contenere il contagio attraverso la limitazione degli spostamenti e misure di lock down. Il secondo sono le politiche monetarie messe in campo dalla Banche centrali per garantire la stabilità finanziaria. Il terzo le politiche fiscali dei Governi a sostegno delle imprese, dell’occupazione e del potere d’acquisto delle famiglie. In una fase dell’epidemia in cui il tasso di nuove infezioni in molti Paesi sembra essere sotto controllo e sono al vaglio misure di test e tracking per evitare nuove ondate di contagi, gli economisti iniziano a porsi delle domande sul contesto economico per i mesi a venire. Uno dei rischi su cui si concentrano è l’inflazione. Il timore per il post-Covid è di trovarsi con una domanda che accelera, senza che l’offerta possa starle dietro, con una conseguente inflazione dei prezzi. È questo uno scenario possibile?

Secondo Alessandro Tentori, chief Investment officer di AXA IM Italia, allo stato attuale questo rischio non esiste per effetto dell’enorme quantità di denaro iniettata nel sistema dalle Banche centrali. “In uno scenario in cui il PIL nominale cresce più lentamente della massa monetaria, la velocità di circolazione rallenta e le varie misure di politica monetaria (in particolare il QE) non hanno fatto che esacerbare questo trend”, spiega Tentori.

In molti hanno paragonato l’attuale situazione di emergenza ad uno scenario di guerra. Tuttavia per Tentori ci troviamo di fronte ad una situazione diversa: “molto probabilmente assisteremo a un processo graduale di normalizzazione. Non ci sarà un boom dei consumi da un giorno all’altro. Sarà piuttosto una normalizzazione dei consumi, sui cui graverà un budget familiare che in una prima fase sarà probabilmente ridotto. Una normalizzazione che verrà accompagnata da una graduale riapertura dell’ossatura produttiva, senza creare quell’effetto a ‘collo di bottiglia’ che potrebbe innescare un rapido aumento dei prezzi”, osserva.

Anche Samy Chaar, chief economist di Lombard Odier, non avverte un rischio inflazione. “Siamo di fronte ad una situazione straordinaria e la risposta monetaria e fiscale è stata enorme, la più importante dal dopoguerra ad oggi. Basti pensare che il piano Marshall comportò lo stanziamento di 17 miliardi di dollari statunitensi di allora, equivalenti oggi a 1.300 miliardi di dollari, mentre l’attuale piano di soccorso degli USA ammonta a 2.000 miliardi di dollari. Anche la risposta delle Banche centrali è stata senza precedenti: il QE di Mario Draghi durante la crisi del debito sovrano ha raggiunto 80 miliardi di euro di acquisti mensili, mentre il QE messo in atto da Francoforte nell'emergenza coronavirus ammonta a quasi il doppio. Anche la Fed è intervenuta in modo massicio con un QE illimitato", evidenzia Chaar. Una massa enorme di liquidità che tuttavia secondo l’economista non giustifica sul medio periodo delle preoccupazioni per il costo del denaro. “Le misure puntano a normalizzare un livello di partenza di bassa liquidità. Anche dopo la crisi del 2008 gli istituti centrali hanno agito iniettando liquidità nel sistema e ciò ha portato ad una bassa inflazione. Non c'è dunque un rischio inflazione ma piuttosto il contrario, con la possibilità di un environment caratterizzato da deflazione per lo shock causato sulla domanda”, afferma.  

Nel post-Covid ci troveremmo dunque di fronte ad un ambiente di bassi tassi e bassa inflazione, non dissimile da quello precedente alla crisi Covid-19. In questo scenario non bisogna dimenticare però i forti impatti sulla crescita. “Gli investitori non hanno ancora compreso la portata dello shock deflazionistico in corso”, spiegano da Carmignac. “Le prospettive per gli utili di molti settori saranno compromesse per un lungo periodo e la crescita economica rimarrà debole. Il rovescio della medaglia di questa situazione riguarda l’inflazione che, a nostro avviso, non rappresenterà una minaccia significativa per un po’ di tempo, permettendo alle banche centrali di mantenere bassi i tassi di interesse, tenendo ancora in piedi il ‘castello di carte’”, osservano. 

“Da questa analisi si ricavano alcuni corollari”, spiegano da Carmignac, “per prima cosa, nel medio termine potremmo assistere a un netto calo di fiducia rispetto alle valute, dato che sempre più spesso il denaro viene espressamente stampato per finanziare i deficit di bilancio. Secondo, il premio di qualità per le azioni di quelle poche aziende in grado di riportare buone performance in un mondo post-Covid potrebbe aumentare in modo sostanziale. Terzo, sul fronte delle obbligazioni corporate, le società con bilanci solidi dovrebbero essere in grado di riprendersi bene rispetto ai livelli attuali”, concludono.

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