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Petrolio e rischio geopolitico: le conseguenze degli attacchi a Saudi Aramco secondo gli asset manager


L’attacco dei ribelli Houti al polo petrolifero di Saudi Aramco, il più grande al mondo, arriva come culmine di una tensione che si va accumulando da mesi nell’area mediorientale. Arabia Saudita e Yemen-Iran sono ormai a da tempo impegnati un una guerra, sempre meno fredda, che ha come principale bersaglio la produzione e commercializzazione dell’oro nero, come testimoniato dai numerosi episodi di fermo o danneggiamento di petroliere nello stretto di Hormuz e nel golfo dell’Oman. L’operazione militare posta in essere con l’utilizzo di droni nello scorso fine settimana ha però effetti dalle dimensioni ben diverse rispetto agli avvenimenti precedenti poiché ha portato a danni tali da dimezzare la produzione petrolifera Saudita, per un impatto del -5% a livello globale. Queste le stime massime ancora da confermare comunicate ai media internazionali nelle 48 ore successive alle esplosioni. Il nodo fondamentale riguarda ora i tempi per ripristinare completamente la produzione, ma in un quadro più ampio si pone per i mercati l’incognita rappresentata dall’aumento dei venti di guerra nell’area.

“Il colpo subito dal volume di produzione è elevato, ma le implicazioni politiche sono ancora più grandi”, afferma Nitesh Shah, direttore, Research di WisdomTree. I ribelli Houthi nello Yemen sono sostenuti dall'Iran e la guerra tra Arabia Saudita e Yemen, in atto dal 2015, è comunemente considerata come una guerra per procura che potrebbe trasformarsi in una guerra aperta”. “La relativa assenza di notizie dai titoli dei giornali”, prosegue Shah, “aveva indotto il mercato a credere che ci fosse una diminuzione dei rischi nella regione, con il prezzo del petrolio che è sceso di oltre il 2% in un solo giorno la scorsa settimana, quando il presidente Trump ha licenziato il suo consigliere per la sicurezza nazionale, John Bolton, considerato da molti come un falco anti-iraniano”. La conclusione a cui giungono gli analisti di WisdomTree è dunque che il premio per il rischio geopolitico sia inesorabilmente destinato ad aumentare.

Come si muoverà il greggio

“Anche se abbiamo già visto un ribasso rispetto alle quotazioni massime di inizio settimana, probabilmente i prezzi non torneranno al livello precedente, a causa delle ulteriori tensioni geopolitiche o altri eventi negativi”, sostiene Esty Dwek, head of Global Market Strategy Dynamic Solutions di Natixis Investment Managers, che fa notare inoltre come l'Arabia Saudita e la maggior parte degli esportatori di petrolio accoglierebbe positivamente un aumento dei prezzi, “visto che un tentativo in questo senso era già stato fatto, ma senza successo”. L’aspettativa è dunque per un rialzo stabile, seppur contenuto dall’effetto mitigatore della produzione di shale oil che “continuerà a bilanciare i prezzi a medio termine”. Di diverso avviso Michel Salden, senior portfolio manager di Vontobel Asset Management, che connette direttamente l’andamento del petrolio alla tempistica di ripresa delle normali attività negli impianti Saudi Aramco colpiti. “Se i sauditi saranno in grado di riportare la piena produzione entro pochi giorni, l'attuale rally dei prezzi scomparirà e sarà visto solo come una prova di stress sulla volatilità dei mercati energetici dichiara Salden, che vede per lo scenario opposto il rischio di innescare una stagflazione di portata globale. “Gli Stati Uniti possono guadagnare tempo liberando i barili di greggio dalla riserva petrolifera strategica, dando all'industria dello scisto un sollievo per rispondere, ma questo contribuirà solo a bilanciare la tenuta locale”, precisa. Se questa interruzione si rivelerà più a lungo termine, si inizieranno, secondo il senior portfolio manager di Vontobel Asset Management, ad avere effetti sulla crescita globale.

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