Perchè ora "trend is not your friend"


Contributo a cura di Michele De Michelis, responsabile investimenti di Frame Asset Management.

So di essere un po’ banale facendo questa affermazione, ma a volte vorrei essere l’uomo invisibile per partecipare indisturbato alle riunioni della Fed e della BCE, anche se quest’ultima mi sembra abbia meno variabili decisionali. Se è vero quello che vediamo nei film americani che raccontano di situazioni difficili del passato, c’è da scommettere che questo debba essere un momento estremamente complesso dal punto vista politico e pertanto immagino che i banchieri membri del FOMC stiano ricevendo molte pressioni dai rispettivi partiti di influenza, interessati a ottenere quanti più vantaggi possibili in vista delle elezioni di novembre.

E che, di conseguenza, siano costretti a ribadire ai politici gli enormi rischi che si corrono quando si cerca di mettere il proprio interesse davanti a quello dell’intero Paese. Memorabile la drammaticità dei presunti incontri a colazione tra Paulson e Bernanke nel 2008 (interpretati da William Hurt e Paul Giamatti) nel film "Too big to fail “, proprio in merito al fatto che dovevano convincere il Congresso a “sganciare” i soldi al più presto, per evitare il caos generalizzato. Certo, per quanto questa volta non si possa certo dire che le risposte alla crisi causata dal Covid non siano state enormi ed immediate da parte sia delle Banche centrali che dei governi, pur tuttavia sarebbe bene che i politici non sottovalutassero le conseguenze che potrebbero impattare anche sull’economia reale (non solo sui mercati finanziari) se fossimo costretti ad un nuovo lockdown.

Ecco perché è fondamentale quindi che i soldi fluiscano anche verso le piccole attività economiche reali e che ci sia una vera ridistribuzione della ricchezza. Infatti, è risaputo che consumano più un milione di famiglie con un reddito di 60.000 dollari che non una singola persona con 60 miliardi, e il sistema si regge sui consumi.

I mercati finanziari hanno preso atto di questa fase di stallo e pertanto hanno smesso di crescere, prendendosi finalmente una pausa di riflessione che si è rivelata in particolare sull’indice Nasdaq che registra una piccola correzione a due cifre, seppur non ingente, dai massimi di periodo. Da notare e annotare i movimenti di alcuni titoli che erano cresciuti in maniera esponenziale, i cui prezzi hanno disegnato grafici che ricordano tanto alcune situazioni passate come i bulbi di tulipano o le azioni della compagnia dei mari del Sud, per arrivare, in tempi più recenti, alle dot.com nel 2000 , la Borsa cinese nel 2007 e i Bit coin nel 2017.

La storia ci insegna che gli eccessi vengono sempre puniti e tutto ciò che sale di prezzo senza seguire alcun principio logico o fondamentale spesso scende altrettanto velocemente e le perdite possono essere immani. Soprattutto per coloro che comprano azioni di una società solo perchè hanno avuto un ribasso del 25/30 percento e pensano che si tratti di una occasione di acquisto, senza aver verificato i bilanci o la situazione generale della azienda. 

Sarebbe veramente un peccato che si perdessero tanti soldi in questo modo invece di utilizzarli investendo in qualcosa di più produttivo che potrebbe aiutare l’economia a ripartire. Senza dimenticare che quelli che persero nel 2000 sulle dot.com sono gli stessi che poi non hanno mai più ricomprato un’azione tech nella loro vita, nonostante società come Apple e Amazon (che crollarono di prezzo nel 2000) oggi dominino il mondo e il loro valore sia salito in maniera esponenziale seguendo una logica obiettiva di crescita di profitti nel tempo, e non più perchè “di moda”. 

Considerata la situazione di tassi bassi ancora per tanto tempo e nonostante i multipli non siano certo a buon mercato, i titoli azionari rimangono, tutto sommato, ancora il posto migliore dove mettere i soldi. Ma senza farsi spaventare dalla volatilità che verrà e senza farsi attrarre troppo da ciò che è di tendenza. In questo caso “trend is not your friend”, temo.

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