Perché comprare aziende e non titoli


Contributo a cura di Massimo Trabattoni, head of Italian Equity di Kairos Partners SGR.

Come è successo su altri mercati internazionali, anche a Piazza Affari c’è stata una divergenza tra titoli/settori che hanno recuperato tutte le perdite collocandosi al di sopra dei prezzi di gennaio e il resto del mercato, che invece è rimasto ben al di sotto dei valori di inizio anno. Questo fenomeno è riscontrabile anche nel segmento mid e small cap, dove si possono notare significativi recuperi di quelle società appartenenti ai settori che non hanno risentito eccessivamente degli effetti negativi della pandemia, oppure sono stati in grado di sfruttare possibili sviluppi di crescita.

Ma quali sono le motivazioni alla base di questa crescita? Molti di questi titoli hanno beneficiato dell’accelerazione del processo di informatizzazione e digitalizzazione dovuta allo smart working e al lockdown, con le aziende costrette a incrementare gli investimenti per server, cloud e sicurezza digitale. Tali investimenti hanno portato ricavi, flussi di cassa e profitti tangibili nelle aziende del settore tecnologico, a differenza di quanto è successo in ambito consumer, viaggi, hotel e spostamenti, dove le prospettive future restano ancora un’incognita. Il trend visto negli ultimi mesi continuerà ancora perché dovremo convivere con il Covid-19 e con le relative problematiche: una convivenza forzata che probabilmente rimanderà il recupero della parte più ciclica del listino.

Come investitori, in questa fase abbiamo certamente imparato che la gestione quotidiana del portafoglio può comportare perdite se si esce nel momento sbagliato e si prova a rientrare aspettando il momento propizio. Il rischio, infatti, è quello di mancare importanti tratti del rimbalzo di mercato. La volatilità è stata e sarà ancora sostenuta nei prossimi mesi perché c’è tanta liquidità, ma c’è altrettanta poca visibilità. In quest’ottica, l’investimento a medio-lungo termine, come per esempio quello tramite un ELTIF, offre la possibilità di investire su temi o su singole storie aziendali che presentano potenziale di incremento di valore entrando su livelli convenienti, ma senza l’assillo di fare performance nel breve.

Il passaggio a una visione di un orizzonte temporale più ampio è cruciale per investire in opportunità che, se valutate nell’arco di settimane o pochi mesi, potrebbero rivelarsi non particolarmente performanti. In quest’ottica il veicolo di investimento chiuso ha l’importante vantaggio di non soffrire dei riscatti. A differenza di uno strumento aperto, che potrebbe essere costretto a vendere in una fase in cui magari si presentano buone opportunità di acquisto, il veicolo chiuso permette di acquistare sul mercato quando i prezzi sono molto convenienti (valutati rispetto alle prospettive a medio-lungo termine) e aspettarne la rivalutazione. Un approccio, questo, che consente anche di considerare in modo meno stringente la liquidità dei titoli ritenuti interessanti.

Inoltre se cinque anni fa la parola d’ordine era rigore nei conti pubblici, oggi le Banche centrali devono mantenere i tassi reali negativi per tutelare la sostenibilità finanziaria degli ingenti debiti pubblici. I governi, a loro volta, aumenteranno la spesa pubblica privilegiando gli investimenti che possono avere maggiori ricadute positive in termini di consenso popolare, per esempio nell’ambiente, nella informatizzazione e nella digitalizzazione.

Considerando che la spesa privata è limitata quanto la visibilità delle prospettive economiche, tutto questo si dovrebbe tradurre in una tendenza a rivalutare gli investimenti reali e, tra questi, l’equity. Tuttavia, anche nell’azionario il beneficio non sarà generalizzato, ma limitato alle aziende di valore nei settori con buone prospettive di crescita e nelle realtà con business model validi, management di qualità e capaci di competere a livello internazionale. Uno scenario nel quale, nel giro di qualche tempo, dovrebbe prevalere l’acquisto di singole aziende e non di indici.

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