Metalli preziosi: funzionano ancora come hedging per l'azionario?


Commento a cura di Alfonso Maglio, head of Research Department di Marzotto Investment House.

In un contesto di mercato in cui sorgono dei dubbi sulla sostenibilità di un trend positivo degli indici azionari che dura dal 2009, è a nostro avviso corretto studiare tutte le possibili strategie per ridurre il rischio di portafoglio. Una delle strategie più classiche è l’acquisto di metalli preziosi che, nondimeno, in diverse fasi di mercato hanno dimostrato di avere ridotto la tradizionale capacità di decorrelarsi dagli indici azionari. Detto questo, ci sono a nostro avviso diverse considerazioni da farsi, che potrebbero contribuire ad aiutare l’investitore a decidere se prendere in considerazione o meno questa forma di hedging.

  • Il primo punto è cercare di definire la probabilità di una fase di consolidamento se non di ribasso degli indici azionari da ora alla fine del 2019. A nostro avviso la probabilità è sensibilmente aumentata, come evidenziato dalla volatilità. Gli utili aziendali che sono stati uno straordinario driver, rischieranno sensibilmente di rallentare nei prossimi 4 trimestri, soprattutto considerando che il Q4 del 2017 e i primi 3 del 2018 sono stati particolarmente forti.
  • Non escludiamo che come nel 2008 si parlava di subprime, da ora in poi si potrebbe parlare di buyback. Tale pratica è molto utile e sensata in determinate condizioni che, nondimeno, possono variare da azienda ad azienda. La nostra sensazione è che soprattutto negli ultimi due anni alcune aziende statunitensi potrebbero averne abusato, talvolta a debito, in un contesto di tassi di interesse crescenti.
  • Ridurremmo le nostre considerazioni solo all’oro e all’argento. Il platino è sempre meno utilizzato per gioielleria e sempre di più per ridurre le emissioni dei motori diesel. Analogamente, il palladio è utilizzato per ridurre le emissioni dei motori a benzina.
  • I metalli preziosi (almeno l’ETF che investe sulla commodity fisica) non hanno un rendimento fisso. Di conseguenza, nella prima parte di un movimento al rialzo dell’inflazione tendono a performare male. Trattandosi nondimeno di un’asset fisico reale, al perdurare di un periodo inflazionistico al contrario tendono a sovraperformare.
  • Oro e argento sono fortemente decorrelati con il dollaro. In caso di indebolimento del dollaro tendono a sovraperformare.
  • Il Gold/silver ratio, ovvero il rapporto tra i due metalli è ai massimi storici a 85, se escludiamo un unico picco a 100 nel 1991. Difficile capire perché è così alto nella fase attuale. Dare la colpa alla illiquidità dell’argento sembra riduttivo. Tra i due metalli nondimeno preferiremmo l’argento perché oltre ad essere su basi storiche sottovalutato contro oro in termini relativi, ha una forte valenza industriale oltre che un utilizzo per gioielleria (sopratutto in India e Cina).
  • Lo scrap, ovvero il riutilizzo di metalli attraverso un semplice processo di fusione, vale per l’oro (soprattutto gioielleria) ma non per l’argento. $14,2 per oncia dell’argento è infatti un prezzo troppo basso per il riutilizzo. L’argento usato come conduttore ad esempio negli smartphones, viene perciò solitamente eliminato.
  • Le banche centrali, in particolare le emergenti, negli ultimi anni hanno continuato ad accumulare riserve in oro. Al contrario, gli investitori istituzionali e privati hanno ridotto le quote in ETF. Nelle fasi di bull market gli investitori tendono infatti a spostarsi dal Risk-off verso il Risk-on.
  • I produttori o miners, hanno mediamente una leva molto più elevata rispetto all’ETF.

Come si sono comportati oro e argento nella prima parte del 2016, l’ultima vera fase di ribasso dal 2009? In quell’occasione la price action era stata abbastanza simile a quella attuale con nuovi massimi dell’anno dell’S&P500 tra maggio e agosto, debolezza in autunno e un tentativo di recupero a fine anno. I temi dominanti erano il tapering negli Stati Uniti (alla fine il driver sono sempre i tassi di interesse…) e importanti riscatti dai fondi azionari tra novembre e dicembre. Il 2016 per gli indici azionari cominciò immediatamente al ribasso, con la maggiore parte del listino nei primi giorni ed i FAANG nelle settimane successive.

E i metalli preziosi?
L’oro toccò i minimi a metà dicembre a $1050 e cominciò a rimbalzare. A inizio gennaio arrivò subito a $1100 e a marzo aveva già superato $1250. Il picco fu $1375 a luglio. Per un totale di circa il 30% dai minimi. Da lì ricominciò la debolezza. L’argento toccò i minimi a dicembre 2015 a $13,6 e rimase compresso fino a metà gennaio. Solo verso il 20 gennaio superò i $14 per arrivare a $18 a fine maggio e a $21 a luglio. Dai minimi ai massimi realizzò oltre il 50% evidenziando un beta (e quindi un livello di rischio) superiore all’oro.

Da questo commento si evince che l’oro performa meglio nella prima parte di un movimento risk off, per fare poi posto all’argento. Nel 2016 il ratio toccò un massimo di periodo a 83 in febbraio, per scendere poi fino a 65 nel corso dell’anno. Una tecnica di hedging potrebbe essere quella di puntare sull’oro nella fase iniziale di una presa di profitto sull’azionario, per spostarsi poi sull’argento.

Tra gli strumenti che si potrebbero utilizzare come hedging segnaliamo:

  • ETFS physical Gold (JE00B1VS3770)
  • ETFS Gold Bullion (GB00B00FHZ82)
  • ETFS physical SILVER (JE00B1VS3333)
  • Vaneck Vectors Gold Miners UCITS ETF (IE00BQQP9F84)
  • Vaneck JUNIORS Gold Miners UCITS ETF (IE00BQQP9G91)
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