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Marocco, anima mutevole


Meknes è la più piccola, la più mistica e meno battuta dalle rotte dei turisti, dove si passeggia al mercato senza l’incitamento a comprare, dove con piacere si sale sulla terrazza di un riad per sorseggiare tè alla menta mentre il Muezzin richiama i fedeli alla preghiera, e quando cala la sera ci si sdraia su un letto a baldacchino arricchito da stoffe dai toni caldi, richiamo di quegli harem incontrati solo nei libri. A Fes esplode invece l’anima commerciale, si viene catapultati nel suk più intricato e affascinante di tutto il paese. Stradine contorte, botteghe tematiche, un grido continuo, Belek Belek, perché se un asino vuole passare è sempre meglio non fermarsi a discutere. Missione impossibile non tornare con una carico di spezie, con una tajine e forse anche un tappeto, per continuare a cenare convivialmente seduti per terra, magari alla luce di una lampada intagliata che ci ricorderà i tratti orientaleggianti di queste vie. E’ tempo di riprendere il viaggio, frastornati dalla confusione si va alla ricerca del silenzio, di quel silenzio che solo una natura spesso ostile offre. Il paesaggio muta, rotolando verso sud le strade lasciano lo spazio alla polvere, e la valle di Ziz prepara gli occhi al  deserto: qui sembra che la natura conosca solo due tonalità, l’ocra della terra e il verde delle palme.  Dal comodo riad si passa a costruzioni in fango e paglia, unica miscela in grado di resistere al sole cocente, secco ma che rompe la soglia dei 50°c. 

Dormire è quasi impossibile per la cappa che si forma nelle stanze e allora quale miglior letto di un tappeto steso in terrazza: la calma è irreale ed una piacevole brezza ti traghetta in un nuovo giorno che finalmente ci porterà a Merzouga, la porta di accesso al Sahara. 

La sabbia e le stelle

Le dune di sabbia sono curve perfette, quasi come quelle dei dorsi dei dromedari che ci daranno un passaggio verso il campo tendato allestito dai berberi. Si parte nel tardo pomeriggio per evitare temperature difficilmente sopportabili, ma non poteva esserci scelta migliore per appagare la vista con un tramonto su questo mare di sabbia che muta colore salutando il giorno:  anche questa volta la scelta più logica è di rinunciare ad un tetto sopra la testa, seppur di tenda, per sdraiarsi su un letto di sabbia, sotto una coperta di stelle. Si torna infine verso la città, la più caotica, divertente e colorata: Marrakech. La piazza Jemaa el fna è a ragione patrimonio orale dell’umanità: turisti di tutto il mondo si incontrano qui, per ascoltare storie antiche tramandate di voce in voce, per mangiare cibo da strada, ammirare serpenti o farsi fare un tatuaggio all’hennè, ma Marrakech è molto altro. Basta allontanarsi un po’ per visitare i giardini Majorelle: un tripudio di piante grasse che hanno conquistato anche Yves Saint Laurent e hanno resto famoso il color blu a loro dedicato. Sperimentiamo infine ciò che l’Europa ha importato, l’Hammam, per togliere definitivamente stanchezza, polvere e qualche strato di pelle ed ci prepariamo ad esportare un po’ di tradizione culinaria grazie ad un corso di cucina marocchina. Si torna a casa. E se dietro a un miraggio c’è sempre un miraggio da considerare, alla fine di un viaggio c’è sempre un viaggio da ricominciare.

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