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Marchi (Credit Suisse AM): “La novità sono i fondi passivi”


Dei 14.000 miliardi di dollari investiti globalmente nell’universo dei veicoli di investimento passivi oltre 10.000 sono allocati in fondi mentre i restanti 4.000 in ETF. Un dato che non sembra riflettersi nella narrativa sugli strumenti a replica nel panorama italiano. “Il segmento dei fondi passivi è trascurato dal mercato del nostro Paese ma presenta caratteristiche che lo rendono particolarmente interessante per gli investitori professionali”, afferma Anna Paola Marchi, responsabile della clientela wholesales di Credit Suisse Asset Management. La casa di gestione ha recentemente presentato il proprio palinsesto per la fine dell’anno in corso e per il 2020, indicando proprio il comparto dei fondi passivi come una delle principali direttrici di crescita in Italia, insieme ai fondi attivi tematici, al real estate e alla sostenibilità.

Perché un fondo?

Non tutti gli strumenti passivi sono uguali”, puntualizza Marchi, sottolineando la necessità di favorire una maggiore consapevolezza da parte degli investitori professionali sulla necessità di considerare l’universo degli strumenti a replica meritevole di un’attenzione uguale, se non superiore vista la sempre maggiore importanza per la creazione della parte core di portafoglio, a quello della gestione attiva. L’attuale contesto di investimento, che combina spinte regolamentari e difficoltà nella ricerca di rendimenti determinate in primis dai tassi negativi nei mercati sviluppati, rende centrale il tema dell’efficienza. Non solo in termini di costi. “I punti di forza dei fondi passivi sono certamente la flessibilità nel pricing da parte della casa di gestione, che può costruire classi con fees minori a fronte di una maggiore quota di investimento, ma anche la flessibilità nella denominazione valutaria, nell’hedging, nella scelta tra accumulo e distribuzione dei rendimenti”, afferma la responsabile della clientela wholesales di Credit Suisse AM. “In ottica MiFID II”, aggiunge, “la rendicontazione dei costi di un fondo passivo è significativamente più semplice rispetto a quella di un ETF, con l’eliminazione della variabile spread denaro/lettera sempre di difficile quantificazione ex ante”. “Ciò detto non esiste una soluzione giusta e una sbagliata tra fondo passivo e ETF”, chiarisce Marchi. Tutto dipende, infatti, dalle esigenze dell’investitore. “Per la gran parte delle gestioni patrimoniali, delle unit-linked e per tutti quei veicoli di investimento che già lavorano molto con fondi e che non hanno necessità di liquidità intraday ma giornaliera le caratteristiche favorevoli connaturate ai passive funds, e, pensiamo, non ancora comprese totalmente, sono da tenere in alta considerazione”, specifica.

Il rapporto tra dimensione ed efficienza

Necessaria dunque una due diligence dedicata ai prodotti a replica da parte degli investitori italiani, che hanno iniziato a muoversi con decisione nell’ambito ma che, rispetto agli Stati Uniti e ai Paesi core dell’Europa, mostrano ancora una distanza in termini di allocazione complessiva. Un’attenzione da rivolgere a ogni singolo strumento e insieme alle potenzialità e alle scelte gestionali dei singoli asset manager. “Trovare la soluzione per replicare un indice con migliaia di emittenti in diversi mercati, e quindi con differenti valute di riferimento e orari di apertura e chiusura delle borse, mantenendo contemporaneamente bassi costi per l’investitore è un’operazione molto complessa, realizzabile solo tramite un’importante struttura di ricerca e sviluppo prodotti combinata all’applicazione di economie di scala”, spiega Marchi, puntualizzando come Credit Suisse Index Solutions conti ad oggi 50 specialisti dedicati e gestisca oltre 120 miliardi di euro, di cui 9,5 miliardi di fondi indicizzati UCITS.

“Gli investitori italiani”, conclude Marchi guardando al futuro, “già molto familiari e entusiasti dello strumento fondo comune saranno certamente in grado di apprezzare le caratteristiche di efficienza, trasparenza, flessibilità e economicità dei fondi passivi”.

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