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Le elezioni in Italia peseranno sugli spread e sull’euro


Contributo a cura di Arnoldo Valsangiacomo, membro del Consiglio di amministrazione di Ethenea e portfolio manager degli Ethna Funds.

Dopo la grande preoccupazione destata dalle elezioni francesi, che nel 2017 hanno fatto da spartiacque dell’andamento dei mercati, abbiamo goduto di un semestre molto positivo in Europa sia per i dati economici sia per la situazione politica. Questo ha portato alla rivalutazione dell’euro e a un miglioramento dei rendimenti dei Paesi periferici: situazione che sarà sicuramente rimessa in discussione dalle elezioni italiane della prossima primavera, innescando una fase un po’ più ballerina.

Secondo noi l’Italia rappresenta un rischio sottovalutato, la cui remunerazione peraltro non è particolarmente attrattiva. A destare preoccupazione è la situazione precaria che contraddistingue il Paese dal punto di vista del debito pubblico. Una complicazione del panorama politico può avere sicuramente un peso sugli spread della periferia e sull’euro.

A livello globale, è importante capire l’andamento dei tassi di interesse. Pur dimezzandone gli importi, allungando di nove mesi il quantitative easing, Mario Draghi ci ha comunicato che per tutto il 2018 i tassi di interesse europei rimarranno invariati. Dal canto loro, gli Stati Uniti insisteranno a perseguire con ogni probabilità la strategia di rialzi relativamente contenuti e non troppo frequenti, che risulteranno in un tasso a corto che nel 2018 dovrebbe arrivare poco al di sopra del 2%.

La dinamica di appiattimento della curva dei tassi diventerà quindi cruciale: se negli Stati Uniti l’inflazione attesa non dovesse materializzarsi e il rendimento del decennale dovesse rientrare intorno al 2%, rischiamo di arrivare a fine anno con una curva totalmente piatta, che sappiamo essere uno degli indicatori primari dell’inizio della recessione. Questo tarperebbe le ali a qualunque possibilità di rialzo dei tassi anche in Europa di qui ai prossimi anni.

Anche se i dati economici provenienti dagli Stati Uniti sono più che confortanti, sappiamo che il mercato del lavoro sta toccando i suoi limiti. Ormai siamo alla piena occupazione, non abbiamo una vera accelerazione dei salari, quindi difficilmente si creerà inflazione nel breve termine se non a causa di un nuovo incremento del prezzo del petrolio (inflazione questa che sappiamo non essere di tipo benigno).

In ogni caso, difficilmente avremo una correzione robusta innescata da una classica manovra di politica monetaria o da un tweet di Donald Trump. Forse la nostra industria è eccessivamente concentrata su queste variabili. Se, come riteniamo, il ciclo americano dovesse cominciare ad avere problemi nel 2019, sicuramente qualcosa si muoverà già l’anno prossimo. Non sappiamo ancora se sarà un movimento sui mercati emergenti, sugli spread di credito relativi a specifici settori o a livello di Forex e valute, componente da monitorare con particolare attenzione. Ma è importante cominciare a guardare fuori dall’orto fin da subito.

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