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Le asset class che hanno sofferto maggiormente dall’inizio della pandemia


Il periodo di massima diffusione della pandemia di coronavirus in Europa e negli USA ha trasformato la dinamica dei mercati finanziari in modalità crisi, con movimenti simili a quelli registrati durante l’apice della crisi finanziaria del 2008-2009. Tutti gli asset rischiosi hanno sofferto pesantemente: i mercati azionari sono entrati in piena fase di correzione con performance intraday negative mai registrate prima, gli spread di credito hanno sfiorato i picchi del 2008, la volatilità ha raggiunto livelli record e la circolazione della liquidità e del credito ha subito un brusco stop.

“Il crollo della domanda di petrolio a causa del lockdown e la guerra tra i Paesi produttori che ha drammaticamente aumentato l’offerta di greggio, hanno ulteriormente acuito lo stress sui mercati finanziari portando al collasso del comparto energetico”, spiega Massimiliano Schena, chief investment officer di Symphonia SGR. “I titoli maggiormente penalizzati sono stati quelli legati al tempo libero, al turismo così come le compagnie aeree, ma in generale il ribasso è stato guidato dal settore dei servizi che generalmente agisce da stabilizzatore rispetto al più volatile settore manifatturiero, caratteristica unica di questa recessione”.

Per Alessandro Bianchi, head of Advisory di Mediobanca SGR, l’azionario è stata l’asset class che per prima ha subito la capitolazione degli investitori nel mese di marzo, ma come sempre accade è stata anche la più veloce a recuperare, sostenuta dalla velocità ed intensità senza precedenti degli interventi dei policy makers. “Meno brillante invece il recupero dell’obbligazionario corporate high yield, su cui in effetti permangono maggiori nuvole anche nel medio lungo termine. Volatilità senza precedenti infine quella sul petrolio (secondo cigno nero di questo 2020) che ha pesantemente penalizzato sia l’equity che i bond degli emittenti del settore”.

Colpita la componente beta di portafoglio

Come succede tipicamente nelle fasi di discesa dei mercati le asset class che hanno maggiormente sofferto sono state quelle a maggiore beta. L’indice di volatilità VIX è salito dal livello di 14 a fine febbraio ad oltre 85 della seconda metà di marzo.

Sulla componente azionaria si è però verificata un’anomalia rispetto alle precedenti crisi in cui venivano penalizzati maggiormente i titoli con le migliori performance. Questa volta questo effetto non si è verificato con i titoli del comparto growth che hanno sovraperformato i titoli value anche nella fase della discesa, dopo la sovraperformance che dura ormai da anni”, fa notare Corrado Cominotto, responsabile delle gestioni attive di Banca Generali. “E’ realistico pensare che questo sia effetto di un cambio secolare che riguarda le abitudini delle persone e di conseguenza la capacità di generare utili delle azioni. Ricordiamo che la principale differenza fra un indice growth ed uno value è che il primo ha pesi importanti sull’area tecnologica mentre il secondo su quella energetica e finanziaria. Sulla componente obbligazionaria i titoli high yield hanno sofferto maggiormente rispetto a quelli investment grade, in conseguenza delle incertezze legate al ciclo economico che potranno avere effetti maggiori su società con posizione debitoria più incerta”.

Giorgio Castiglioni, responsabile gestioni patrimoniali di Banca Passadore, ricorda che, nella fase più acuta, in pieno risk-off, ci sono stati cali e volatilià anche su safe heavens quali oro e governativi, ma solo transitoriamente. “Dopo una prima fase di discesa generalizzata, all'interno dei mercati azionari si è comunque riscontrata una selettività crescente fra settori, modelli di business più difensivi ed aree più colpite dalla chiusura delle economie. Negli Stati Uniti, dove più vigoroso e tempestivo è stato il sostegno dei policy makers e maggiore è il peso di titoli tecnologici (beneficiari della stay at home economy) il mercato ha mostrato ancora una volta una maggiore resilienza e reattività”.

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