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La vera sfida italiana


Roma vs Bruxelles, la sfida continua, imperterrita, il tutto contornato dai caldi sviluppi internazionali, europei e non. Nel 2018 la crescita italiana risulta rallentata, e secondo gli esperti dell’industria dell’asset management le sue prospettive rimangono considerevolmente modeste a causa di maggiori incertezze domestiche e internazionali. Come afferma Silvia Dall’Angelo, senior economist di Hermes Investment Management, “le condizioni per il consumo sono migliorate ma la prudenza continuerà probabilmente a prevalere. Le prospettive per l’investimento sono a rischio, data l’elevata incertezza sulla domanda estera (possibile guerra commerciale tra USA e Cina, rallentamento di quest’ultima e dei mercati emergenti) e la percezione di un maggiore rischio Paese (dovuta alla situazione politica) che potrebbe pesare sull’accesso al credito. La sostenibilità del debito pubblico è dubbia, ma la vera sfida è il rilancio della produttività”, dichiara l’esperta.

L’economia globale è quindi rallentata e la crescita non è più sincronizzata come lo scorso anno. “Vi è una maggiore dispersione della crescita delle maggiori economie; Stati Uniti a parte, notiamo un rallentamento nel resto del mondo. In Europa ci aggiriamo intorno al 2% rispetto al 2,5% del 2017. Dato questo rallentamento generale, credo che la Fed adotterà un atteggiamento moderato circa i rialzi dei tassi di interesse. La Banca centrale americana, infatti, si basa proprio sui dati, e con queste condizioni continuerà ad alzare i tassi in maniera prudente. Mi aspetto, al massimo, un ulteriore aumento a dicembre 2018 e altri due nel 2019, ma non credo vada oltre”, afferma Dall’Angelo.

Ulteriori preoccupazioni

Il rafforzamento del dollaro mette in difficoltà i mercati emergenti, che continuano a indebitarsi. “Finora, Paesi come Turchia, Argentina e Sudafrica, con fondamentali più deboli, sono già stati coinvolti nel vortice dell’indebitamento, che se dovesse persistere stresserebbe anche altre economie emergenti. Il contesto generale risulta maggiormente rischioso per due ragioni principali, ovvero le prospettive concrete di una guerra dei dazi cino-americana, date le ultime vicende, e un maggior restringimento a livello globale delle condizoni finanziarie”. 

Anche l’economia italiana ha quindi subito un rallentamento, e gli indicatori suggeriscono che la tendenza continuerà nel resto del 2018, anno che terminerà con una crescita annuale di circa l’1% rispetto all’1,6% del 2017. “Nell’ultimo anno, a livello trimestrale, questa risulta dimezzata, in linea con gli sviluppi nella domanda estera. L’economia italiana, infatti, dipende dagli sviluppi internazionali, che hanno visto le esportazioni su base annuale rallentare in misura rilevante nell’ultimi 12 mesi. Dati, quindi, insoddisfacenti”, puntualizza l’economista.

L’esperta fa notare come il consumatore medio sia rimasto prudente rispetto alla prospettiva storica, contribuendo in misura minore alla crescita negli ultimi anni, nonostante i fondamentali per il consumo siano aumentati. “Come suddetto, vi è un’incertezza a livello sia domestico sia internazionale, data da una serie di fattori macro quali le due recessioni consecutive avute nel 2008 e nel biennio 2012-2013, che hanno portato ad una carenza di fiducia da parte del consumatore, soprattutto nel settore manifatturiero”.

L’accesso al credito potrebbe tuttavia peggiorare. “La crescita del credito alle imprese, stabilizzatasi negli ultimi anni grazie agli sforzi della BCE, è ritornata positiva, ma rimane contenuta in ottica storica; tuttavia, non è chiaro se questa sia sostenibile. I costi di finanziamento sia alle imprese sia alle famiglie risultano ai minimi storici e, dato l’aumento dello spread del debito sovrano giunto a 300 basis point tra Italia e Germania, le condizioni potrebbero diventare più difficili per entrambe”.

La sostenibilità del debito pubblico è dubbia. “Nonostante l’aumento della spesa, il governo si aspetta una diminuzione del rapporto debito pubblico/PIL: previsioni a mio parere troppo ottimistiche dato l’elevato aumento dei tassi del debito pubblico. Anche le assunzioni alla crescita risultano troppo ottimistiche, prevista dell’1,5%, con un moltiplicatore fiscale molto basso. C’è maggiore probabilità di un peggioramento delle condizioni finanziarie, con pressioni che arriveranno principalmente dai mercati finanziari. Le assunzioni del governo sulla crescita e sull’andamento del debito pubblico non sono oggettivamente realistiche. La Commissione europea non può ignorare la situazione del debito italiano, sul quale gli investitori sia stranieri sia domestici esprimo sempre meno interesse”, afferma Dall’Angelo.

Per quanto riguarda il rating, anche in caso declassamento, secondo l’economista l’Italia rimarrebbe comunque investment grade, quindi le conseguenze sull’accesso alla liquidità delle Banche centrali dovrebbero mantenersi limitate.

“La principale sfida di lungo periodo è la produttività italiana, la cui crescita è ferma a zero, e che non vede politiche in atto che possano migliorare la situazione. Un buon mix di politiche strutturali e fiscali avrebbe infatti tutto il potenziale per rilanciare l’Italia, ciò che manca nelle misure finora annunciate dal governo. Il problema principale del Paese non è il debito ma bensì la crescita. La Banca centrale possiede il 20% del debito italiano, che si stabilizzerà. Dato che la direzione è quella di interrompere gradualmente i nuovi acquisiti, altri operatori dovranno quindi cominicare a comprare di più”, conclude l’esperta.

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