La nuova era della ri-globalizzazione


Contributo a cura di Steven Smith, Investment Director di Capital Group. Contenuto sponsorizzato. 

La globalizzazione è stata il principale motore dell'aumento della ricchezza globale e ha contribuito a sollevare dalla povertà un numero enorme di persone. Se i benefici dell'innovazione condivisa e dei miglioramenti della produttività sono chiari, le prospettive di un'ulteriore integrazione globale sono diventate meno certe negli ultimi anni. La crisi finanziaria globale è stata seguita da anni di crescita debole e da montanti preoccupazioni legate alle disuguaglianze. Di conseguenza, abbiamo assistito ad una serie di espressioni di questo malcontento: l’agenda "America First" del presidente americano Trump, il crescente scetticismo nei confronti della Cina, il referendum di Brexit e la ricerca di politiche di "autonomia strategica" nell'Unione Europea.

Le manifestazioni non sono state solo politiche, ma hanno anche avuto un impatto tangibile sui volumi del commercio globale. Nel 2019 il commercio come percentuale del PIL globale è stato del 60% - lo stesso valore registrato nel 20081 .Secondo l'Organizzazione Mondiale del Commercio, il totale delle restrizioni alle importazioni implementate dal 2009 in poi e ancora in vigore alla fine del 2018 equivaleva all'8,8% (o 1,3 trilioni di dollari) delle importazioni totali del G20. Ciò rappresenta un aumento di 3,5 punti percentuali rispetto all'anno precedente.

E poi c'è Covid-19 che, oltre ad avere un impatto devastante su milioni di persone in tutto il mondo, ha anche avuto un effetto catastrofico sulla produzione economica globale e sul commercio. Una recente previsione dell'Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) ha stimato che il commercio mondiale di merci potrebbe diminuire tra il 13% e il 32% nel 2020, a seconda della durata della pandemia e dell'efficacia delle risposte politiche.3

I governi e le imprese stanno ora rivalutando i meriti delle catene di fornitura globali che fanno largo uso della delocalizzazione. L'UE ha suggerito che potrebbe venire richiesto ai Paesi membri di acquisire alcuni beni strategici, in tutto o in parte, all'interno del blocco stesso. Tuttavia, invece di segnare il picco della globalizzazione, potremmo in realtà trovarci di fronte ad un punto di inflessione a seguito del quale la globalizzazione cambia forma, guidata dalle circostanze che si sono sviluppate di recente.

Le tensioni commerciali globali preesistenti, così come il Covid-19 che espone le vulnerabilità in interdipendenze efficienti ma fragili, hanno il potenziale di invertire il modello di delocalizzazione che è stato un pilastro della globalizzazione così come la conosciamo. Tuttavia, lungi dall'essere una sfida, ci sono molte aziende multinazionali che possono beneficiare di un potenziale ripensamento delle catene di fornitura.

Una numero di multinazionali che sono ben posizionate per prosperare in questo nuovo paradigma sono quelle sufficientemente agili, innovative e capitalizzate per poter replicare il loro ecosistema produttivo in nuove geografie. Questa "multilocalizzazione" delle catene di fornitura può aiutare le aziende ad essere più veloci e più allineate ai mercati finali, pur essendo meno esposte alle controversie commerciali transfrontaliere. 

Per le aziende che cercano di diversificare i loro centri di produzione o per i Paesi che cercano di promuovere la riorganizzazione di alcune aree strategiche delle catene di fornitura, ciò comporterà chiaramente oneri aggiuntivi come spese in conto capitale, costi del lavoro e diversi standard normativi. Pertanto, al fine di contribuire a mitigare questi costi aggiuntivi, le aziende possono ricorrere ad un uso crescente dell'automazione industriale. Questo potrebbe potenzialmente accelerare la tendenza verso l'automazione nella produzione e nell'industria manifatturiera, con i leader in questo campo in una posizione di forza per trarne vantaggio.

 

Dati al 31 dicembre 2019. Fonte: World Bank

2 Dati al 31 dicembre 2018. Fonte: World Trade Organization

Dati all’8 aprile 2020. Fonte: World Trade Organization

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