La guerra commerciale con gli USA non mette in ginocchio la Cina


La Cina è sempre più presente nei portafogli degli italiani e la sua lenta e continua apertura al mercato dei capitali stranieri sta facendo aumentare l’appeal della seconda economia mondiale. Ad oggi la principale preoccupazione per gli investitori riguarda il possibile impatto che potrebbe avere la guerra commerciale con gli Stati Uniti sull’economia cinese. Ha cercato di sollevarci da ogni dubbio sulla questione Lilian Co, gestore del fondo con rating Consistente Funds People E.I. Sturdza Funds plc - Strategic China Panda Fund, durante una nostra intervista.

La guerra commerciale con gli USA non è la fine del mondo per la Cina”, commenta l’esperta. A suo giudizio, il problema dei dazi introdotto da Donald Trump è possibile che abbia delle ripercussioni sull’economia del dragone rosso, ma non così gravi come alcuni sostengono. “ Il PIL cinese non si ridurrà della metà. Il mercato è troppo pessimista”, aggiunge Co. Secondo il gestore, i rischi maggiori sono da individuarsi solo nel caso in cui la guerra commerciale tra i due Paesi possa sfuggire di mano e che prendano decisioni irrazionali, sebbene questo rimanga uno scenario poco probabile. Tuttavia ad oggi questo è l’unico rischio a cui va incontro l’economia cinese nel breve periodo. Co infatti crede che “ci siano talmente tante opportunità in Cina per gli investitori, che a malapena potranno essere impattati da queste circostanze”.

L’economia cinese è ancora supportata da importanti fondamentali. Co infatti spiega che “le riforme strutturali portate a termine negli ultimi anni hanno ridotto significativamente la dipendenza del Paese dalle esportazioni e trasformato la sua economia”. “Ora stiamo vivendo i benefici di queste riforme. Storicamente la Cina ha sempre rappresentato un mercato molto volatile, con grandi fluttuazioni dei prezzi, ma la profonda trasformazione indetta dal Governo di Pekín ha dato vita ad un’economia più equilibrata, favorendo la crescita della domanda interna”. Il gestore ha cercato infatti di approfittare delle opportunità derivanti dai maggiori consumi domestici, come evidenzia l’attuale posizionamento del fondo, particolarmente esposto sui consumi. Co infatti chiarisce che “i consumi in Cina sono destinati a crescere”.

Il fondo E.I. Sturdza Funds - Strategic China Panda

Co investe principalmente in azioni H-share, cioè di società registrate in Hong Kong, regolate dalla legge cinese e negoziate in dollari di Hong Kong. Il fondo sta per compiere dieci anni di storia, e Co lo ha gestito fin dall’inizio, sebbene la sua esperienza sul mercato cinese sia molto più lunga. La sua strategia si basa su un portafoglio concentrato di 30-50 società (attualmente ha 40 titoli con un peso del 55% dei primi 10) e circa l’80% degli strumenti in portafoglio, sono di società ad elevata capitalizzazione.

Il portafoglio ha beta superiore ad 1, il beta aggressivo si giustifica col fatto che il 40% del patrimonio di 200 milioni del fondo è investito in titoli legati ai consumi ciclici, che beneficiano dell’aumento della domanda interna. Il 23% del portafoglio è investito in titoli tecnologici, un altro settore per cui la Cina ha il primato nella produzione mondiale. Alibaba, per esempio, è una delle compagnie presenti in portafoglio con un peso del 7%, “anche se abbiamo sottopesato il titolo rispetto all’indice di riferimento, è una delle nostre scommesse. Riteniamo infatti che la società crescerà sempre più e incrementerà la sua quota di mercato”, commenta il gestore.

Co adotta una duplice strategia. Da un lato ricerca società che siano sotto-prezzate dal mercato, dall’altro individua quelle imprese con un alto potenziale di crescita (growth) che siano quotate a prezzi ragionevoli. Il price-to-earnings medio del portafoglio è di 12,6. Il 2017 è stato un anno storico per il fondo, che è rientrato nel primo decile per rendimento; inoltre, è riuscito a battere il suo indice di riferimento MSCI China Net Return USD nonché la media dei suoi competitor con una performance a 3 anni del 10%, 2,7 punti percentuali superiore al benchmark e 4,2 punti percentuali rispetto alla media di categoria.

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