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La fotografia del private equity italiano nel 2018


L’Osservatorio Private Equity Monitor – PEMÒ da anni pone in essere la sua attività di ricerca grazie al contributo di EOS Investment Management, EY, Fondo Italiano di Investimento SGR, McDermott Will & Emery Studio Legale Associato e Value Italy SGR ed è presieduto da Anna Gervasoni e coordinato da Francesco Bollazzi. L’Osservatorio da oltre quindici anni effettua un monitoraggio costante dell’attività di investimento in private equity.

“Il settore del private equity conferma ed anzi consolida nel 2018 l’eccellente stato di salute già evidenziato ormai da un triennio. – affermano Anna Gervasoni, presidente PEMÒ e Francesco Bollazzi, responsabile PEMÒ – In particolare, il 2018 segna il record in termini di numero di operazioni: il dato di riferimento in tal senso, in precedenza, era rappresentato dalle 127 operazioni registrate nel 2008”.

I buy out confermano la leadership di mercato

Dal punto di vista delle principali evidenze, nel 2018 il mercato conferma la tendenza già registrata negli ultimi anni (dopo la parentesi del 2011 e del 2012), con una netta prevalenza delle operazioni di buy out, che si attestano al 72% delle preferenze (in aumento rispetto al 67% dell’anno precedente). Non confermano i segnali di ripresa dello scorso anno gli expansion, con una quota del 21% rispetto al 25% del 2017 (rappresentavano il 35% del mercato nel 2014). Il residuo 7% del mercato è costituito principalmente dai turnaround (6%, in linea con l’anno precedente, ma numericamente più significativi a fronte delle maggiori dimensioni del mercato, evidenza di assoluto interesse), mentre l’1% è relativo ad interventi di replacement.

Anche se molto probabilmente con modalità differenti rispetto a quanto avvenuto in passato, questo dato conferma come gli operatori continuino ad indirizzare l’attenzione verso operazioni in cui l’acquisizione della maggioranza consenta sia una massimizzazione dei rendimenti, sia un approccio in linea con le professionalità maturate nel tempo, pur in presenza di una leva finanziaria ormai da qualche anno sempre piuttosto contenuta.

Sempre con riferimento alla tipologia di deal realizzati, sono stati registrati 33 add-on (19% del mercato complessivo), in deciso aumento rispetto al dato del 2017 (15 operazioni, 12% del mercato), a conferma di un ruolo ormai di assoluta rilevanza assunto dai progetti di aggregazione industriale nel settore.

Ad aggiudicarsi il titolo di operatore più attivo nel corso del 2018 risulta Xenon Private Equity, che chiude con 10 operazioni (di cui la metà corrisponde a deals di tipologia add-on). Segue, con 7 investimenti, Ardian. Nel dettaglio, poi, diminuisce il livello di concentrazione nel corso del 2018: 29 operatori hanno raccolto intorno a sé il 50% dell’attività d’investimento, rispetto ai 22 del 2017.

Le imprese familiari le più ricercate

In termini di deal origination, non emergono particolari inversioni di tendenza. Le imprese private e familiari, registrando anche un incremento delle preferenze (78% nel 2018, rispetto al 67% nel 2017), continuano a rappresentare larga parte delle opportunità di investimento. Le cessioni di rami d’azienda di imprese italiane scendono dal 5% al 2%.

Si attenua la rilevanza dei secondary buy out, che evidenziano una significativa decrescita rispetto al 2017 (17% vs 24%). In lieve riduzione, inoltre, le cessioni di rami d’azienda di imprese straniere, mentre risulta stabile al 2% il passaggio di quote di minoranza tra operatori.

La Lombardia ed i prodotti per l’industria si confermano ai primi posti

Sul fronte della distribuzione regionale, la Lombardia, regione che da sempre risulta essere il principale bacino per gli operatori, nel corso del 2018 ha rappresentato il 34% del mercato. Seguono Emilia Romagna (17% del totale), Veneto (13%) e Piemonte (11%). Nel Mezzogiorno, si sono chiuse nove operazioni (quattro nel 2017), di cui quattro in Puglia, due, rispettivamente, in Campania e Sardegna ed una in Sicilia.

Per quanto concerne i settori d’intervento, il 2018 conferma l’ormai consolidato interesse degli operatori verso i prodotti per l’industria, comparto che attrae il 32% delle operazioni di investimento, in calo rispetto al 2017 (38%). I beni di consumo confermano la loro seconda posizione tra le preferenze degli investitori (20%), sostanzialmente in linea rispetto all’anno precedente (19%). A seguire, si rileva la presenza del settore alimentare, con il 13% (7% la quota del 2017), e di quello del terziario (servizi professionali ad eccezione di quelli finanziari, 10% vs 8% nel 2017). Al quinto posto, si conferma l’industria dei servizi finanziari (7%), grazie al notevole sviluppo delle fintech. Mantengono una certa stabilità ICT e Utilities, mentre registrano un calo i comparti del cleantech e del commercio all’ingrosso e al dettaglio.

In contenuto aumento la dimensione media delle imprese target

Con riferimento alle caratteristiche economico-finanziarie delle imprese target e, quindi, al volume di ricavi, il dato mediano risulta pari a 44,5 milioni di Euro, in contenuto aumento rispetto al valore del 2017. Il 58% degli investimenti è indirizzato verso imprese che non superano un fatturato di 60 milioni di Euro, in diminuzione rispetto a quanto registrato l’anno precedente (60%). Cresce, invece, la presenza di imprese con fatturato compreso tra 61 e 100 milioni di Euro (17% vs 14%). Anche i deal su aziende di grandi dimensioni incrementano la propria quota: essi hanno rappresentato il 9% del mercato, in aumento rispetto al 6% del 2017.

Aumentano sensibilmente i multipli di ingresso

Da ultimo, una ulteriore evidenza è relativa al multiplo sull’EBITDA, che ha registrato un valore mediano pari a 10,1x. Tale dato risulta in sostanziale crescita rispetto allo scorso anno (9,2x). Il valore mediano di Enterprise Value delle società oggetto di acquisizione si è attestato intorno ai 95,0 milioni di Euro, in aumento sul dato dell’anno precedente (90,5 milioni di Euro), evidenza che trova solo in minima parte spiegazione nelle maggiori dimensioni medie delle target, sia a livello di revenues, che a livello di numero di dipendenti (142, rispetto ai 134 del 2017), quanto in particolare nella decisa crescita riscontrata nel settore proprio per quanto concerne il dato precedentemente riportato relativo ai multipli.

 

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