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La crisi si tiene lontana dai fondi sovrani


Il fondo sovrano  della Norvegia, il gigantesco Government Pension Fund Global, in espansione continua con gli introiti di petrolio e gas naturale, è cresciuto così tanto da aver accumulato una somma da capogiro: 5.110 miliardi di corone (828 miliardi dollari) secondo i dati della banca centrale del paese, la Norges Bank. Il fondo in questione, raddoppiato in valore assoluto dal 2010 a oggi, secondo le stime del governo di Oslo potrebbe arrivare alla cifra record di 1000 miliardi e, perché no, perfino toccare il tetto di 1,2 trillioni di dollari nel 2020. La cifra su cui si muove questo veicolo è persino maggiore dei due colossi petroliferi come Arabia Saudita (675,9 miliardi di dollari), Emirati Arabi Uniti (627 miliardi di dollari), in base alla classifica del Sovereign Wealth Fund. 

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Sta di fatto che oggi il dibattito sui fondi sovrani è aperto, in primis sulla loro gestione, sulla dimensione a cui possono arrivare in relazione all’economia del Paese che li ospita, con l’obiettivo di renderli più sicuri e redditizi. E, quanto alla Norvegia: "Sarà difficile continuare a gestire questo immenso flusso di denaro all’interno di una sola organizzazione", commenta Bernardo Bortolotti direttore del Sil, Sovereign Investment Lab, dell’Università Bocconi di Milano. "Nonostante sia amministrato in modo più che efficiente, un piccolo errore su un grande fondo può avere enormi conseguenze. La Norvegia è l’8° più grande esportatore al mondo di oro nero, un prodotto che da solo è responsabile del 30% delle rendite nazionali. Nel lungo periodo, però, le riserve si esauriranno. Si renderà essenziale allora affacciarsi su altri mercati, come quello delle infrastrutture e dei beni immobili".

La crescita dei fondi sovrani 

Sui numeri, meglio la prudenza, considerando che per molti paesi il patrimonio gestito è segreto di Stato. Ma, nonostante crisi economica, volatilità dei mercati e crisi del debito sovrano nella zona euro, i fondi sovrani (SWF) hanno continuato a crescere negli ultimi anni, con un patrimonio in gestione che sta in una forchetta che, a fine 2012, si stima dai 3,5 ai cinque trilioni di dollari. Secondo l’indagine condotta dal Sovereign Investment Lab Centro Baffi Bocconi, poi ripresa dalla Banca d’Italia all’interno di un paper "Le strategie di portafoglio dei fondi di ricchezza sovrani e la crisi globale" di Alessio Ciarlone e Valeria Miceli, i colossi dell’investimento sono rapidamente cresciuti di importanza nel corso dell’ultimo ventennio e ora rappresentano circa il 7% del pil mondiale e il 3% del valore dello stock complessivo di attività finanziarie. 

 "L’interesse per questi veicoli non deriva solo dalla dimensione delle risorse detenute ma anche dalle strategie perseguite e dai possibili effetti sui mercati finanziari, questioni rese ancora più complesse dalla scarsa trasparenza di molti di essi e dalla probabile commistione di logiche di mercato con intenti di carattere più prettamente politico", commenta Francesco Previtera, head of Research di Banca Akros

Da dove arriva la ricchezza

La sorgente prevalente della loro ricchezza è l’avanzo delle partite correnti dei rispettivi paesi, spesso legato alle esportazioni di materie prime (quasi il 60% della loro ricchezza deriva, infatti, da surplus di materie prime, soprattutto energetiche). Sono i paesi in surplus, infatti, ricchi di petrolio o forti esportatori come la Cina, i protagonisti indiscussi della questione. E non puntano più solo a investimenti redditizi ma usano i fondi come strumenti geopolitici per tessere alleanze e creare legami. In quest’evoluzione, l’Italia è diventata preda ambita. Gli investimenti dei fondi, che non erano più di 500 milioni nel 2011, nel 2012 sono arrivati a quasi due miliardi: Finmeccanica, Unicredit, Valentino e anche operazioni minori. 

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Ma si tratta di cifre piuttosto risicate nel confronto con altri paesi in Europa. Se nel complesso l’Italia ha aggregato circa 5,6 miliardi di euro, la Gran Bretagna, da sola, è arrivata a 70,6. Merito di Londra. Più in generale, comunque, Norvegia a parte, sono l’Asia e le economie esportatrici di petrolio nel Medio Oriente a dettare il ritmo. Cina e Singapore hanno più del 40% del totale degli attivi dei fondi sovrani mentre i fondi sovrani di Arabia Saudita, Emirati Arabi, Kuwait e Qatar hanno un altro 35% del totale degli attivi. I fondi sovrani acquisiscono, in genere, partecipazioni corpose anche se non necessariamente di controllo: nel campione, la dimensione media delle acquisizioni è pari al 30,3% del capitale dell’azienda target. 

"In genere a gestire i fondi sono figure che hanno studiato nelle università europee o americane", dichiara Giulio Casuccio, responsabile fondi e gestioni patrimoniali tradizionali di Fondaco sgr. Ora occorre migliorare la governance. Taglia corto Casuccio:"Il settore dei fondi sovrani è l’unico che ha accresciuto le masse in maniera significativa rispetto al mondo del risparmio gestito. Date le valutazioni attuali, l’Italia è appetibile per realtà come queste, che hanno interesse di diversificare a livello geografico".

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