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L’Europa stuzzica l’appetito!


Un modo interessante di sentire il polso della crisi dell’euro consiste nell’analisi delle copertine del settimanale The Economist dedicate a quest’argomento, caratterizzate sia da un’efficace sintesi visiva, sia da una capacità critica che supera i confini della Gran Bretagna. Non è un caso che il protagonismo delle turbolenze dell’eurozona sia scemato a partire dall’estate 2012 (con la concessione fatta a Cipro) dopo il celebre intervento del “whatever it takes”. 

Già allora l’Europa era immersa nella recessione più lunga dalla costituzione dell’unione monetaria (sei trimestri consecutivi), indotta da misure di austerity, restrizioni del credito, instabilità sociale, incertezza e inazione politica, ecc.  Il superamento di questa specie di gincana ci riporta a un secondo trimestre del 2013 in cui questa area geografica esce dalla recessione,  grazie - secondo molti analisti - alla determinazione di Mario Draghi, utile a scongiurare il rischio di un nuovo collasso finanziario e a spianare il cammino verso la ripresa economica e il ritorno della fiducia. Fiducia, principalmente, nel fatto che la BCE sia in effetti prestatore in ultima istanza.

Xavier Sala i Marti, professore presso la Columbia University, osserva che “una parte dell’eurozona è nel microonde e l’altra nel frigorifero”, un modo per dare un’idea in forma caricaturale del comportamento disuguale delle varie economie dell’eurozona. Mentre la Germania e la Francia capeggiano l’uscita dalla recessione, i paesi periferici non sono ancora del tutto emersi dalla palude dell’austerità, ma gli indicatori anticipano la ripresa. 

Secondo Azad Zangana, economista europeo di Schroders, ci si aspetta che la ripresa delle attività continui nell’eurozona, in linea con il miglioramento delle PMI e che essa si concentri nei paesi meno toccati dalla crisi del debito, traendo inoltre vantaggio dal maggiore contributo del settore estero al PIL. Organismi internazionali e istituti di analisi economica hanno rivisto al rialzo le stime di crescita per l’eurozona nel suo insieme, tendenza comune in momenti di ripresa economica in cui le sorprese positive si succedono man mano che si lascia da parte il pessimismo.

Visto quanto sopra, il citato graduale miglioramento dell’economia dell’eurozona dovrà rispecchiarsi nelle borse nei prossimi mesi, sull’onda dei migliorati utili d’impresa. 

Gli investitori hanno cominciato a prendere posizioni dagli inizi del 2013 (e anche prima). Almeno così dice il team di strategia europea di Goldman Sachs Asset Managament,  affermando che durante il primo semestre di quest’anno i flussi di denaro da titoli di stato statunitensi a rendita variabile europea sono stati i più alti dal 1977 (65.000 milioni di dollari), fatto che può essere letto come un segno di fiducia verso questo tipo di attivo, dopo gli episodi di crisi del debito. Secondo il team, “i flussi sono appena cominciati”.

Se un anno fa l’istituto di analisi finanziaria nordamericano Yardeni Research raccomandava ai propri clienti locali di “rimanere in casa”, suggerendo che le migliori opportunità venivano offerte dalle società americane, alcuni mesi fa la strategia degli stessi analisti è virata verso l’investimento “globale”, individuando nella rendita variabile europea potenzialità di rivalorizzazione. Mentre le imprese americane sono ai massimi storici, quelle europee sono un 40% sotto i massimi. Da UBS Global Asset Management, Ted Holmes e Kevin Baker osservano che il mercato europeo è sotto del 34% rispetto alla media degli ultimi 20 anni e del 45% rispetto al mercato statunitense.

Questa tendenza coincide con il posizionamento di Amundi, che rileva - attraverso le parole del responsabile di Renta Variable Global, Nicholas Melhuish - come si sia andata incrementando l’esposizione degli Stati Uniti nei confronti dell’Europa nel corso del 2013 a motivo dell’interesse suscitato dalle valorizzazioni e dell’effetto momentum nell’area, che però non ha ancora avuto riscontro a livello di utili. Su questa stessa linea, da Schroders, Ian Kelly, gestore di European Dividend Maximiser, giustifica il fatto che le azioni in Europa siano sovrappesate come una forma di investimento in “affari globali con valorizzazioni interessanti”. Non possiamo non ricordare che il 46% degli utili delle imprese europee non deriva dal continente Europa. Kelly porta ad esempio il settore farmaceutico, dove sono presenti “leader globali con franchising internazionali che scontano fino al 30% rispetto ai propri omologhi statunitensi”. 

 

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SETTORE FINANZIARIO

Oltre alle società di prima fascia, molti gestori sono d’accordo nel segnalare il settore finanziario, strettamente collegato al ciclo economico, come l’area d’attività con il maggior potenziale. Una volta applicati i criteri di Basilea III, ricapitalizzate e con i bilanci più a posto - sebbene resti ancora molto da fare - alcune banche, affermano gli esperti di UBS, stanno ritornando a pagare dividendi e, fanno osservare, “il momento, dal punto di vista dei guadagni, è positivo per il settore”. 

Nonostante ciò, è bene mantenere una certa prudenza. Didier Saint-Georges, di Carmignac,  ritiene che “è importante tenere su la corda da entrambi i lati, visto che il contesto di massiccia riduzione della leva finanziaria, tuttora una necessità, farà sì che il ciclo economico ruoti  lentamente”. Ian Kelly, da parte sua, segnala che le indagini private in materia economica (IFO o PMI) possono essere troppo ottimiste perché non tengono conto del drenaggio derivante dalle limitazioni agli investimenti e alla spesa pubblica dovute alle misure di austerity. Ben Lofthouse di Henderson, gestore di Global Equity Income, amplia l’elenco dei rischi, aggiungendo la maggiore dipendenza delle imprese europee dal ciclo degli Stati Uniti, dovuta alla debolezza interna dell’area e al rallentamento dei paesi emergenti. Nonostante ciò, tutti sono d’accordo che l’Europa stia andando verso la ripresa, lentamente sì, ma continuando a fornire buone opportunità di investimento, ora anche in settori precedentemente stigmatizzati. 

Recentemente Durão Barroso, presidente della Commissione europea, ha affermato che il rischio dell’eurozona non è di natura economica, ma politica. “Mezze verità” che non tengono conto di elementi come l’impatto sulla crescita strutturale dell’elevato tasso di disoccupazione o dell’aumento del debito per l’UE nel suo complesso e nell’ambito delle quali la capacità di ricadere nella negligenza politica sembra essere sottovalutata. Tuttavia, al momento, sia per valorizzazione che per spinta, l’Europa si presenta come un’alternativa di investimento più solida, sostenuta inoltre dalla BCE, che con la recente introduzione della forward guidance e la capacità eccedente presente nell’economia - non sembra avere fretta di smorzare la propria politica opportunista.

 

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