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L’etica nella finanza: nel 2018 ossimoro o speranza?


Commento di Marcello Agnello, direttore commerciale di Assiteca SIM

Nel giro di una settimana a cavallo tra la fine dell’anno e l’inizio di quello nuovo ci siamo trovati di fronte a due eventi importanti: il 27 dicembre 2017 si è celebrato il settantesimo compleanno della nostra Costituzione mentre il 3 gennaio 2018, ha debuttato ufficialmente la MiFID II. Queste due ricorrenze apparentemente slegate e lontane nel tempo hanno almeno un punto di contatto rilevante. Come tutti sappiamo infatti i padri costituenti inserirono nell’articolo 47 la “tutela del risparmio in tutte le sue forme”; MiFID II invece, settant’anni dopo, diventa operativa rivisitando la prima versione del 2007 proprio perché il sistema nel suo complesso (benché oggi traslato sul piano europeo dove ormai vengono emanate le leggi di maggiore impatto) non è stato capace di tutelare proprio quel risparmio. Entrambe quindi hanno molto a che fare con l’etica dei comportamenti in ambito finanziario.

Di MiFID II se n’è parlato molto e si continuerà a farlo: oggi pensiamo però sia arrivato il momento di passare dalle parole ai fatti, non senza prima di aver fatto un ragionamento su cosa significhi adottare comportamenti etici nel mondo finanziario in generale, e nel mondo della consulenza finanziaria in particolare. Lungi da noiose trattazioni filosofiche, per le quali nemmeno avremmo i titoli, vogliamo semplicemente porre l’accento su alcuni aspetti ricorrenti che, a nostro avviso, non rispecchiano l’etica professionale, morale e personale, e intendiamo farlo formulando alcune domande alle quali ognuno, nel suo intimo, se vorrà proverà a rispondere. Partiamo però da un presupposto fondamentale senza il quale qualsiasi considerazione successiva non avrebbe senso: etico non è necessariamente ciò che rispetta una legge, né quindi è qualcosa di oggettivo. Ha invece molto a che fare con i propri pensieri, la propria coscienza, il proprio vissuto, e poi anche con un comune sentire che distingue comportamenti ritenuti giusti e corretti, a differenza di altri uguali e contrari. E quindi, domandiamo.

Educazione finanziaria: quanto etico è invocarla quasi come fosse una colpa del risparmiatore, quando prima di tutto chi fornisce qualsiasi servizio dovrebbe prescindere dalle competenze, conoscenze o anche solo informazioni in capo a chi lo riceve? È un refrain ricorrente per quanto ci riguarda: forse che il medico, l’avvocato, il commercialista (tutte figure professionali spesso richiamate da chi eroga consulenza al fine di assimilarsi a loro come professionista) si preoccupano di quanto ne sappia il paziente, assistito o cliente che sia?

Conflitto di interessi: quanto etico è dichiararsi privi di conflitti quando intere tipologie di strumenti finanziari (leggasi ETF) non vengono minimamente prese in considerazione pur sapendo che in termini di rendimento superano la maggior parte dei fondi comuni e delle sicav sul mercato?

Indipendenza: quanto etico è sventolarla, quale conseguenza dell’asserita assenza di conflitti, quando i dati oggettivi, per inciso comunicati dai diretti interessati, parlano di ampia prevalenza di prodotti di casa nei portafogli dell’intermediario per il quale si lavora?

Costi: quanto etico è far pagare ai clienti costi annui che in molti casi superano il 3%, con punte che valicano il 5%, quando viviamo in anni di tassi a zero e siamo al cospetto di risparmiatori notoriamente avversi al rischio?

Consulenza: quanto etico è parlarne quando una vera consulenza presupporrebbe anche, in alcuni casi, di non sottoscrivere una determinata operazione, o addirittura di disinvestirla, e soprattutto di farsi pagare esclusivamente dal cliente?

E in generale, leggendo molte delle dichiarazioni di questi ultimi mesi: quanto etico è affermare che da adesso servirà maggiore trasparenza, competenza ed efficienza perché ora la normativa le impone, facendo intendere che fin qui, in assenza di obblighi cogenti, si è potuto essere un po' meno trasparenti, competenti ed efficienti?

Per ciascuno di questi punti ognuno, se vorrà, risponderà a se stesso prima di farlo, prossimamente, davanti al proprio cliente. Sia chiaro, non c’è nulla di male nello svolgere un’attività di vendita, con una consulenza strumentale alla stessa: in ogni settore ci sono ottimi venditori e pessimi professionisti, e viceversa. Il punto non è questo, non è cioè la tipologia di servizio offerto, ma l’onestà intellettuale che vorrebbe non si dichiarasse una cosa per un’altra, confondendo e agitando le acque nelle quali si muovono risparmiatori poco avvezzi a nuotare.

Se questo fosse avvenuto non ci sarebbe stato bisogno di normative che, per chi preferisce guardare l’altro lato della medaglia, impongono incombenze amministrative e costi aggiuntivi senza risolvere davvero il problema. A chi afferma, e non sono pochi, che non è per la sola imposizione di nuove regole che i comportamenti degli attori si allineeranno alle stesse (perché vige il principio fatta la legge, trovato l’inganno), rispondiamo semplicemente che non ci sarebbe stato bisogno di nuove regole se i comportamenti degli attori fossero stati coscienziosi, intellettualmente onesti, in una parola, “etici”.

L’auspicio per questo nuovo anno, e per quelli a venire, è che gli operatori del settore passino da una logica di vendita, costruita sulle asimmetrie informative, ad una di effettiva consulenza verso un risparmio costituzionalmente tutelato. Viceversa la prossima versione della MiFID costringerà tutti a ciò da cui tutti sembrano svicolare in ogni modo.

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