Investimenti SRI superano la prova della crisi del Covid


Gli investimenti sostenibili hanno avuto la loro grande prova del fuoco nella crisi COVID-19, con l'occasione di dimostrare quello che si sostiene da anni: cioè che sono una tipologia di investimenti che riescono a ridurre il rischio quando il mercato crolla. Dopo tutto, questo è stato il primo grande crollo del mercato che hanno dovuto affrontatare come industria consolidata, poiché ora detengono quasi 31 mila miliardi di dollari statunitensi a livello globale, secondo l'ultimo rapporto della Global Sustainable Investment Alliance, corrispondente al 2018.

Primo test passato. Secondo un recente studio di Fidelity, nei 36 giorni tra il 19 febbraio e il 26 marzo, l'S&P 500 è caduto del 26,9%. Le società con il rating ESG più alto hanno ottenuto in media un rendimento migliore del 3,8% rispetto all'S&P 500, mentre le società con il rating più basso ne hanno ottenuto in media uno peggiore del 7,4%. E questa fotografia non è stata rilevata solo in quel breve lasso di tempo poiché, come evidenzia Maria Folque, analista di FundsPeople: "i rendimenti medi sia nel mese di marzo che nel primo trimestre dell'anno sono stati più alti per i fondi sostenibili che per quelli che non lo sono in tutte le aree d'investimento, con la sola eccezione dei mercati emergenti". 

La performance relativamente buona dei fondi SRI è stata rispecchiata anche dalla domanda degli investitori sia a livello istituzionale che retail. Ad esempio, secondo un nuovo sondaggio pubblicato dal Morgan Stanley Institute for Sustainable Investing e dal Morgan Stanley Investment Management realizzato tra 110 investitori istituzionali, l'80% di loro investe già secondo criteri responsabili 10 punti percentuali in più rispetto al 2017 e, forse la cosa più importante, quasi sei su dieci (57%) ritengono che potrebbe arrivare il momento in cui assegneranno i loro investimenti solo alle case di gestione con un approccio formale ESG. Questo interesse è sempre più evidente anche tra gli investitori retail, in quanto, secondo i dati dell'Osservatorio di Inverco, il 45% dei gestori intervistati ha percepito un maggiore interesse da parte degli investitori ad investire con criteri ESG.

Non sorprende quindi che nel primo trimestre dell'anno i fondi ESG siano riusciti ad evitare i deflussi e addirittura a trasformarli in sottoscrizioni nette. Lo dimostra il rapporto Global Sustainable Fund Flows di Morningstar, che stima che i fondi sostenibili (che comprendono un totale di 3.297 fondi e ETF a livello) abbiano avuto 45,6 miliardi di dollari di sottoscrizioni nette a livello globale contro ai 384,7 miliardi di dollari di riscatti per l'intero universo dei fondi nel primo trimestre dell'anno.

Tuttavia, questo interesse sotto forma di sottoscrizioni è stato molto diverso in Europa e negli Stati Uniti, due dei mercati che lo studio analizza. Ad esempio, i fondi europei hanno di nuovo fatto la parte del leone nel volume netto delle sottoscrizioni, il 76% del totale contro il 22,8% negli Stati Uniti.

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Fonte: Morningstar Direct

Inoltre, il rapporto evidenzia che anche quando si tratta di lanciare nuovi prodotti sostenibili, l'Europa è ancora la regione in cui si vedono più lanci, anche per il fatto che è in questo continente che esiste un quadro normativo più favorevole per gli investimenti con criteri ESG. Nel solo primo trimestre sono stati lanciati complessivamente 72 nuovi prodotti, contro i 6 degli Stati Uniti.

Un'altra importante divergenza tra i due mercati è la natura dei fondi ESG. In Europa, ad esempio, la maggior parte delle sottoscrizioni nette e dei nuovi lanci si è avuta in fondi gestiti attivamente, mentre negli Stati Uniti si è verificato l’opposto. Secondo i dati di Morningstar infatti, mentre in Europa l'80% delle sottoscrizioni di fondi responsabili sono in prodotti attivi, negli Stati Uniti il caso è contrario.

Tuttavia, anche se l'Europa rimane la regione più impegnata nell'investimento responsabile, gli Stati Uniti vedono un aumento dell'interesse per gli investimenti SRI, come dimostra il fatto che gli USA hanno registrato un nuovo record trimestrale di 10,5 miliardi di dollari di sottoscrizioni nette nel primo trimestre di quest'anno.

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Fonte: Morningstar Direct

"Mentre c'è poca spinta a livello governativo negli Stati Uniti, c'è un vero e proprio slancio dalla base per il cambiamento. Attualmente, investimenti di questo tipo si concentrano principalmente negli stati costieri come la California e da lì si stanno diffondendo. Anche la pressione sui (e da parte dei) proprietari degli asset è in aumento e ci aspettiamo che, una volta raggiunto il punto di svolta, l'assorbimento dei fattori ESG negli Stati Uniti sarà estremamente rapido", afferma Graeme Anderson, presidente di TwentyFour Asset Management (Vontobel AM).

Finora, secondo i dati di FactSet, 31 società di S&P500 hanno citato il termine 'ESG' nelle loro presentazioni degli utili nel primo trimestre dell'anno. Mentre il dato è ben al di sotto dei 71 dell'ultimo trimestre del 2019, ('COVID -19' ha ottenuto la maggior parte dell'attenzione) è quasi il triplo rispetto al primo trimestre del 2019. 

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