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Il risk manager un ruolo di rilievo


L’attività di risk management si è evoluta moltissimo nell’ultimo ventennio. Negli anni ‘90 il concetto di gestione del rischio in ambito finanziario si poteva riassumere in generici controlli interni e le mansioni erano un ibrido tra attività di compliance e internal audit. “Oggi, con l’evoluzione dei tempi e anche della normativa, la funzione di risk management è una divisione vera e propria, molto centrale per l’attività di una SGR”, fa notare Andrea Panzeri, responsabile Risk Management di Kairos.

La funzione è indipendente da quelle operative e il responsabile del Risk Management è nominato direttamente dal Consiglio di Amministrazione. “Come responsabile Risk Management, mi relaziono mensilmente con il CdA al fine di fornire una rappresentazione dell’operatività gestoria in termini di rischio e rendimento”, spiega Michele De Sario, responsabile Risk Management di Eurizon Capital SGR. “Il risk management interviene nei vari processi operativi aziendali: ad esempio, contribuisce alle decisioni legate allo sviluppo di nuovi prodotti fornendo una valutazione in termini di sostenibilità del profilo di rischio-rendimento e di costo. È poi a supporto della Direzione Investimenti e della Direzione Commerciale per le tematiche di tipo quantitativo, quali ad esempio il monitoraggio della coerenza dei portafogli gestiti rispetto alle view di investimento della SGR e la certificazione delle performance relative alla clientela sia retail sia istituzionale”. 

“La nostra attività non consiste esclusivamente nell’implementare con estremo rigore metodologico degli algoritmi di stima degli indicatori di rischio. È nostra profonda convinzione, infatti, che il calcolo sia solo una parte del nostro compito, che deve essere integrato con una fase di gestione più ampia del risultato, per far emergere tutte le eventuali ulteriori fonti di rischio che possono non essere intercettate dal modello”, spiega Alessio Ginocchietti, head of Risk Management di Pramerica SGR. “I recenti accadimenti registrati sui mercati finanziari evidenziano una difficoltà di tutti i modelli di stima del rischio nel valutare gli eventi cosiddetti ‘di coda”’. Per questo è maturata l’idea di potenziare queste analisi, con lo scopo di affiancarle a quelle di rischio tradizionali che riflettono i potenziali cambiamenti del portafoglio in condizioni normali di mercato, e alle analisi di stress test che simulano le ripercussioni sul portafoglio di eventuali movimenti anomali dei mercati finanziari”.

“Rispetto al passato, ritengo che siano le soft skill a fare la differenza, ossia la capacità di interfacciarsi con le altre aree e funzioni dell’azienda e la capacità di relazionarsi con i board. Nella selezione delle  persone consideriamo quindi anche le capacità comunicative e relazionali”, spiega Francesco De Matteis, head of Risk Management di Azimut Holding. “Nel corso degli ultimi dieci anni, in seguito alla crisi del 2008, i regolatori hanno cominciato a produrre normative sempre più vicine al lavoro tipico del risk manager, si pensi ad esempio alla recente Money Market Fund Regulation, oppure alla regolamentazione SEC sul liquidity risk. Da una parte questo ha reso il risk management sempre più strategico, ma dall’altra si è focalizzata più sulla produzione di nuovi report per i regolatori che non in veri risk assessment che possano dare un vero valore aggiunto al business. Spero che questo trend cambi presto perché i rischi sistemici di questo approccio stanno crescendo”.  “Dal punto di vista normativo, il grosso cambiamento in realtà è avvenuto con l’entrata in vigore di MiFID I. Tale normativa ha coinvolto tutte le SGR imponendo loro un nuovo modo di lavorare al fine di aumentare la tutela per chi investe”, spiega Andrea Panzeri. Come noto, ogni investitore deve essere sottoposto a una valutazione di adeguatezza dei rischi. Tale valutazione verifica le conoscenze ed esperienze in materia d’investimenti, anche riguardo al tipo di prodotto o servizio scelto, la situazione finanziaria e gli obiettivi di investimento. La direttiva impone di tenere sotto controllo l’adeguatezza degli investimenti rispetto al grado di tolleranza al rischio degli investitori. “Sicuramente questo aspetto è stato per noi il punto di maggiore approfondimento e di impegno, anche perché la normativa presentava diverse aree grigie. In occasione di MiFID II, abbiamo quindi svolto un grande lavoro di aggiornamento delle procedure e dei sistemi in uso, in modo da essere in linea con i nuovi requisiti di profilatura della clientela, dei portafogli e degli strumenti richiesti dalla nuova normativa, oltre ad essere un’ottima occasione di aggiornamento delle competenze del team”.

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