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Il repricing delle scorse settimane? Le prove generali di quel che accadrà in autunno


“Quello che è successo sui mercati nelle scorse settimane è come il sopralluogo sulla scena di un delitto non ancora commesso”, afferma Enrico Vaccari, portfolio manager di Consultinvest SGR. “Le modalità con cui lo storno è avvenuto due settimane fa sono quelle con cui la correzione vera arriverà fra qualche mese, sono state le prove generali di qualcosa che accadrà probabilmente in autunno”, spiega il gestore. Con la Fed che ha cominciato a parlare di stretta sul fronte dei tassi, i mercati hanno fatto un repricing che “per il momento è più che sufficiente”. Mentre prima dello storno le azioni americane quotavano oltre 20 volte gli utili, adesso siamo vicini alle 17 volte, ben al di sotto della media degli ultimi due decenni pari a 19 volte gli utili. “La correzione è stata salutare per i mercati che adesso vivono un po’ alla giornata in attesa di capire cosa farà la Fed il 21 marzo e soprattutto in attesa di sapere quale sarà la guidance per il resto dell’anno.

Cosa potrebbe succedere nel momento in cui la Fed decida di diventare veramente aggressiva per fermare un’inflazione che magari è fuori controllo e che è data dal fatto che negli USA c’è un numero di disoccupati che non si vedeva dagli anni 60, una situazione di piena occupazione e di spesa per consumi che aumenta? Si chiede Vaccari. “A tenere ancora sotto controllo l’inflazione è una bolletta energetica che rimane bassa”, spiega l’esperto. “In caso di ripresa anche il petrolio potrebbe ricominciare a correre per cui l’inflazione verso fine anno potrebbe sfuggire dal controllo e la Fed -obbligata a correre ai ripari- potrebbe causare uno shock di mercato simile a quello che è successo qualche settimane fa”.  Il tasto dolente di una situazione del genere è che se il tasso di rendimento dei treasury americani cresce e supera quello che è il dividend yield, si verifica uno spostamento dalle azioni verso le obbligazioni e quindi si crea una correzione. Abbiamo avuto un anticipo di quello che potrebbe succedere in una situazione di crescita economica che rimane forte ma di inflazione che scappa al controllo della banca centrale”.

Europa al traino degli Stati Uniti
L’Europa non è riuscita in questi anni a distaccarsi dall’andamento della Borsa americana, “anzi ne ha sempre subito le oscillazioni -poco quelle positive  e moltissimo quelle negative-, prova ne è il fatto che anche nell’ultima correzione ha recuperato meno rispetto all’America. Il Vecchio Continente rimane sempre al traino degli Stati Uniti”. Il tempo in cui l’Europa possa recuperare questo gap che la separa dalle quotazioni dei mercati americani si sta riducendo di settimana in settimana. Secondo Vaccari all’origine di questo ritardo c’è il fatto che in Europa manca una governance comune. A fare le riforme sono stati solo pochi Paesi, come la Germania e la Francia. “In Europa rimaniamo a guardare cosa avviene dall’altra parte dell’oceano aspettando che qualcuno faccia le cose per noi, anche il lavoro della Banca centrale è pressoché terminato (lo ha ammesso lo stesso Draghi). Senza le riforme non si va da nessuna parte. È un problema di tempo che si sta esaurendo”, commenta Vaccari.

Se le elezioni non spaventano i mercati
Per Vaccari le elezioni non avranno nessun impatto sui mercati perché il populismo è completamente sparito dai programmi elettorali. “Ognuna delle forze in campo ha tolto i proclami populisti che è poi quello che spaventa i mercati.  Le spinte populiste in Europa ormai sono già molto sfocate, anche grazie a quello che è successo in Catalogna. Le elezioni in questo momento non sono un focus né degli investitori né dei gestori che invece stanno guardando cosa avviene sul fronte dei tassi di interesse degli Stati Uniti e le dinamiche della crescita in Europa”, conclude.

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