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Il punto della situazione sulla guerra commerciale


Le tensioni commerciali globali non si sono ancora arrestate. Sebbene gran parte dell’attenzione si sia concentrata su una serie di dazi di ritorsione tra Stati Uniti e Cina, anche sul fronte USA-Europa la situazione sta diventando più accesa.

L’annuncio iniziale dei dazi statunitensi (su pannelli solari e lavatrici a fine gennaio) ha preceduto la prima correzione di mercato dal 2016. “Da allora, le azioni si sono spesso mosse in linea con le notizie sul commercio globale”, fa notare Matt Miller, economista politico di Capital Group. Negli ultimi nove mesi c’è stata molta volatilità nei mercati internazionali e, a fine giugno, quando gli Stati Uniti hanno minacciato dazi per 200 miliardi di dollari sui beni cinesi, c’è stata un'ulteriore spinta al ribasso dei mercati. La scorsa settimana, gli USA sono passati dal prospettare possibili dazi nel settore automobilistico a rilasciare una dichiarazione congiunta con il presidente della Commissione europea, con l’intenzione di lavorare per abbattere tutti i dazi, le barriere e i sussidi.

“Gran parte della volatilità è imputabile al tentativo degli investitori di interpretare in quale misura le minacce si sarebbero concretizzate. Finora ciò è avvenuto limitatamente, sebbene la situazione sia in continua evoluzione”, spiega l’esperto. Queste tensioni aumentano il rischio non solo di misure tariffarie, ma anche di boicottaggi da parte dei consumatori o d’inasprimento nell’applicazione delle normative sulle imprese americane che operano in Cina. “Anche se la battaglia entra nel vivo, non bisogna dare per scontato che lo stile di negoziazione insolito e aggressivo del presidente Trump preceda un’impetuosa guerra commerciale che sarebbe dannosa per entrambe le parti”, sostiene Miller. 

Anche Andrew Keirle, gestore del fondo T. Rowe Price Emerging Local Markets Debt Strategy, ritiene che una possibile escalation di una guerra commerciale tra gli Stati Uniti e la Cina sia chiaramente un elemento importante da tenere sotto osservazione. “I primi 50 miliardi di dollari di dazi statunitensi sono stati relativamente irrilevanti”, spiega il gestore di T. Rowe Price. “Nel caso in cui Stati Uniti però continuassero a minacciare di aumentare i dazi a 200 miliardi di dollari, i costi cominceranno seriamente ad aumentare. Stimiamo che una tale mossa sottrarrebbe 0,3-0,5 punti percentuali al PIL cinese, e inizierebbe ad intaccare la capacità della Cina di raggiungere gli obiettivi di crescita e a minare la fiducia delle imprese”.

A luglio, il tasso di crescita dei profitti industriali cinesi si è ridotto, ma solo di poco, con impatto marginale sul dato cumulato YTD: “ciò delinea una rassicurante tenuta della redditività del settore, nonostante la crescente preoccupazione degli impatti negativi della guerra commerciale, con i primi positivi impatti della focalizzazione della politica governativa rivolta ora al supporto della crescita”, spiega Marco Vailati, direttore centrale responsabile ricerca e investimenti di Cassa Lombarda. “Tuttavia, resta evidente il rischio di un crescente impatto delle guerre commerciali, come mostra il calo del sottoindice dei nuovi ordini dall’export”, conclude l'esperto. 

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