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Il lato buono della Brexit


Vorrei cogliere l’opportunità di questo intervento per dare un’ottica in qualche modo diversa da quella che ad oggi va un po’ per la maggiore rispetto alle implicazioni della Brexit, tendenzialmente abbastanza catastrofiste, e ciò sia per l'UK che per l’Europa continentale. Boris Johnson ha indicato, a mio avviso con grande lucidità, quale debba essere l’essenza della Brexit per il Regno Unito. Secondo l’ex sindaco di Londra, l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea “è un progetto internazionalista, non nazionalista, un'opportunità economica e non un danno, una scelta in linea con l'identità liberale della nazione e non un'aspirazione insulare a chiudersi in se stessi”. Continua poi l’attuale ministro degli Esteri: “Il nostro impegno alla difesa dell’Europa rimane incondizionato. Continueremo ad aspirare a scambi studenteschi come il programma Erasmus, alla collaborazione accademica e scientifica e a frequentare l’Europa per lavoro e per vacanza con l’assiduità di sempre”. Alcune delle grandi capitali, Dublino, Amsterdam e Lussemburgo in testa, sono favorevoli a concedere spazio alla Gran Bretagna sul dibattuto tema della distribuzione internazionale dei servizi finanziari. Dall’altra parte, Berlino e Parigi mantengono una posizione più intransigente. In molti pensano che l’Ue sia solo una unione burocratica dove l’interesse nazionale predominante sia quello franco-tedesco.

In linea con le ambizioni dichiarate da Boris Johnson, la Gran Bretagna prosegue sul piano internazionale la propria campagna d’Oriente, avendo tra le proprie priorità quella di negoziare un accordo di libero scambio con la Cina. In tal senso si è mosso il primo ministro britannico, Theresa May, che ha firmato varie intese in aree che vanno dal commercio alla finanza, nella direzione di un rafforzamento della partnership strategica tra Gran Bretagna e Cina. Inoltre, la premier ha annunciato accordi con la Cina nel settore dell’istruzione, oltre a potenziali investimenti nel settore delle smart cities.

In linea con questa vision, la Brexit ben può essere presentata come un (potenziale) successo economico per il Regno Unito. Solo per citare alcuni esempi, Australia, Nuova Zelanda e i Paesi del Golfo sono tutti alla stessa stregua fortemente interessati a intraprendere accordi commerciali con l'UK. A conferma dunque di una Brexit intesa come opportunità per un nuovo protagonismo britannico nel commercio internazionale.

 

Da Londra a Milano

Venendo alle opportunità per l’Europa continentale ed iniziando dal considerare cosa possa significare per Milano questa rinnovata visione multilaterale del futuro approccio al commercio internazionale da parte di Londra, a mio avviso queste sono molteplici. E non mi riferisco tanto al trasferimento in Italia di personale ad oggi basato in UK, con conseguente ampliamento e rafforzamento delle succursali italiane delle imprese anglosassoni (si stimano circa 1.500 nuovi posti di lavoro nei soli settori dell’investment banking e dell’asset management). Bensì ad opportunità indirette, che spaziano dal mondo accademico (sono allo studio accordi di joint venture, se non vere e proprie fusioni tra università e licei inglesi ed italiani, anche allo scopo di consentire ai primi di continuare a beneficiare dei programmi e fondi europei – si pensi al programma Erasmus), a quello del listing delle società del FTSE 100, con le quali si è iniziato a ragionare su un dual listing su Milano, borsa controllata dal London Stock Exchange, che guadagnerebbe così due volte dalla quotazione delle società in questione, consentendo al contempo a queste ultime di continuare ad accedere ai meccanismi di liquidazione EU e di permanere nei panieri degli investitori (fondi in primis) nella categoria delle società con azioni ammesse alla negoziazione in un mercato regolamentato dell’Unione europea. Con ciò senza trascurare ovviamente l’impatto dell’annunciata e su menzionata crescita dimensionale delle succursali a Milano delle grandi banche d’affari. Si pensi a Goldman Sachs, che ha intenzione di aumentare gli headcount da 20 a 100, ed analogamente a J.P. Morgan, che sta muovendo personale da Londra, ma anche ad altri che si stanno silenziosamente riposizionando su Milano, in particolare medi e grandi gestori internazionali.

 

Non solo Brexit

Le motivazioni non sono legate solo alla Brexit. In molti casi anzi queste sono legate alla condizione posta con sempre maggiore frequenza da fondi pensione e casse di previdenza italiane che gli intermediari interessati a partecipare alle gare per l’assegnazione di mandati di gestione abbiano una presenza in Italia.  E il punteggio assegnato varia anche in funzione della tipologia di presenza, dove un representative office prende un punteggio minimo, mentre già una branch consente di ottenere (sotto questo aspetto) un punteggio maggiore.

La Brexit tuttavia torna in gioco anche ai fini in questione in quanto per regolamentazione di settore il soggetto affidatario del mandato deve essere basato nella Ue (anzi, in taluni casi tale pre-condizione è richiesta anche in relazione al soggetto eventualmente sub-delegato alla gestione).

Ritengo, dunque, si debba sempre più prendere atto, ad ogni livello politico ed istituzionale, del fatto che la Brexit possa rappresentare una grande occasione per il Regno Unito, in termini di riposizionamento sul piano internazionale come centro finanziario aperto ai mercati extra-Ue, ed una altrettanto grande occasione per l’Europa continentale, che potrà contare sul rientro nel continente di capitale umano e di importanti volumi di masse gestite. 

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