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Euro vs dollaro: un cambio valute al vaglio degli esperti


Per comprendere le dinamiche future dell’euro/dollaro bisogna fare qualche passo indietro nel tempo. Già verso la fine del 2016, il consenso del mercato circa la valuta nordamericana risultava, secondo gli esperti del settore, alquanto sbilanciato a favore del biglietto verde. Consenso che, come dimostrato storicamente, risulta quindi l'esatto opposto rispetto a ciò che effettivamente si vede sul mercato qualche tempo dopo. Nel 2017, infatti, il dollaro ha registrato una sottoperformance rispetto alle previsioni degli analisti di inzio anno.

“Tutti hanno una visione favorevole di apprezzamento dell’euro rispetto al dollaro e ciò ha dato adito ad un cambio che naviga in una sorta di terra di nessuno”, commenta Luca Tobagi, investment director di Invesco. Secondo l'esperto, se si costruisse un euro sintetico, considerando le diverse valute che compongono la moneta (ognuna con egual peso così come nel paniere dell’euro), e si guardasse il loro rapporto con il dollaro, si noterebbe che il cambio tende normalmente a muoversi a cicli pluriennali. "Ci sono quindi dei rafforzamenti dell’euro rispetto al dollaro, reale o sintetico esso sia, che durano una media di quattro anni. Al contrario, il rafforzamento del dollaro rispetto all’euro risulta invece più lento, impiegando circa dieci anni per assorbirsi. Alla fine del 2018 arriveremo al termine di questo ciclo decennale di rafforzamento iniziato nel 2008", spiega Tobagi.

Ad ogni modo, a seguito della reporting season delle società, non c’è stata alcuna azienda in Europa o negli Stati Uniti che abbia dovuto modificare le view sulla base dei fattori legati alla valuta. “È vero che le indicazioni si vedono con valuta costante, ma se il cambio fosse un fattore che potrebbe impattare sulla crescita qualcuno lo direbbe”, spiega l’esperto. Secondo Tobagi, se si misurasse il posizionamento degli investitori finanziari in favore dell’euro contro il dollaro, su tutto ciò che non avrebbe a che fare con contropartite di natura commerciale, queste posizioni risulterebbero a livelli massimi da quando esiste l’euro. Un altro fattore tecnico secondo il manager sono le scadenze delle curve dei tassi, dove i rendimenti americani risultano superiori rispetto a quelli europei. “La probabilità che possano portare a un’attenuazione della tendenza riguarda non solo il sentiment degli investitori, ma anche il posizionamento”, commenta l'esperto. L’inclinazione della curva dei tassi è quindi molto più a favore della curva europea rispetto a quella americana.

Secondo Maria Paola Toschi, market strategist di J.P. Morgan AM, “il dollaro è ancora tendenzialmente sopravvalutato, quindi prevedo uno scenario di lungo termine in cui il biglietto verde rimarrà ancora debole. Ci saranno dei movimenti più nel breve periodo che dipenderanno invece da fasi legate alle politiche monetarie”. Per l'esperta, il differenziale di rendimento tra Stati Uniti ed Europa si è ampliato, "in realtà il dollaro è rimasto meno sensibile a questi andamenti, ma i movimenti sono dovuti più all’accelerazione dell’economia europea e alla crescita della bilancia commerciale”, spiega Toschi. 

La bilancia commerciale americana, invece, resta negativa anche se è migliorata grazie a una maggiore autosufficienza dal punto di vista energetico. “Questo fattore, secondo noi, tenderà a giocare un ruolo importante per il quale il dollaro rimarrà debole. Bisognerà anche capire le implicazioni di questi stimoli e tagli fiscali sulla spesa pubblica in termini di accelerazione della crescita americana. Ciò potrebbe tradursi in una politica della FED più aggressiva con la probabilità di quattro rialzi durante l’anno", puntualizza la market strategist.

L’accelerazione della crescita globale ha creato un mercato rialzista per l’euro, dal momento che i dati macro hanno sorpreso più in Europa che in America. Per contro, il differenziale di rendimento sui tassi a breve resta favorevole per il dollaro USA. “Nelle nostre strategie flessibili preferiamo tendenzialmente coprire il cambio, in assenza di una view forte sulla valuta. Tuttavia, gli investitori 'buy&hold' oggi farebbero bene a valutare i costi di copertura, chiedendosi a quanto questi costi ammonterebbero nell’arco dell’orizzonte temporale che si sono dati”, spiega Manuel Pozzi, investment director di M&G Investments.

Quello che si è notato è che, negli ultimi settant'anni, a seguito di una guerra o situazioni di disoccupazione molto elevata, ci sia stato un ampiamento del deficit di bilancio americano. Questa volta c’è invece un ampliamento del budget significativo, in una situazione economica molto positiva e un tasso di disoccupazione ai minimi. “Ciò implica una traiettoria di sicurezza per quanto riguarda i Treasury, che solitamente è sempre stata molto diversa. Rispetto al passato, potrebbe essere uno di quei fattori che sta alla luce della sottoperfomance”, spiega Alessandro Tentori, CIO Investment di AXA IM.

Cosa ci aspettiamo in futuro

"Stimare in modo oggettivo il fair value di una valuta è sempre complesso per via del numero di criteri che intervengono nella valutazione", precisa Pozzi. Il pensiero comune è quindi che, nel medio termine, l’euro rimarrà relativamente forte rispetto al dollaro: "Siamo tutti della stessa opinione che l’euro possa apprezzarsi ma, se dovessimo vedere della volatilità e se questi fattori che sono stati a supporto nel breve cambiassero, potremmo avere anche delle sorprese", commenta Tobagi. Al momento tutto fa pensare che si è vicini ad un ideale livello di equilibrio, anche se non è possibile escludere fenomeni di overshooting. "Pensiamo che un movimento come quello degli ultimi 12 mesi difficilmente possa ripetersi nel breve, anche perché in questo caso ci sarebbero delle implicazioni rilevanti a livello economico”, conclude Oreste Auleta, responsabile wrapping & product management di Eurizon Capital SGR.

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