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Il coraggio di essere contrarian


“Il vento contrario costituito dalla contrazione delle condizioni di liquidità vissuto nel corso del 2018 si è placato all’inizio dell’anno in corso. La visibilità dei mercati sulle azioni della Federal Reserve è significativamente aumentata a gennaio e questo ha aiutato in modo determinante la ripresa dei mercati”. La politica monetaria statunitense è certamente un fattore fondamentale, sottolineato in modo unanime da gestori e analisti per spiegare i generalizzati movimenti al rialzo del primo trimestre 2019. Nella view di George Efstathopoulos, portfolio manager del team Multi-Asset di Fidelity International basato ad Hong Kong e co-gestore di FF Global Multi Asset Income Fund e FF Asia Pacific Multi Asset Growth & Income Fund, tale aspetto è però da combinare con la sempre maggiore rilevanza e indipendenza dei mercati emergenti, all’interno dei quali le scelte di allocazione si basano sempre più su fattori legati ai trend e alle economie. Tra questi paesi, la Cina ha sicuramente un ruolo importante.

Cina: guardare alle dinamiche di finanziamento interne

“Il secondo fattore frenante di fine 2018, oltre alla Fed, è stato relativo alla Cina e in particolare al peggioramento delle condizioni di finanziamento del settore privato a causa delle azioni messe in atto da Pechino per diminuire la leva finanziaria. Ora notiamo un miglioramento del sistema di trasferimento dei capitali, con un aumento della quota di finanziamento che le banche mettono a disposizione del settore privato e una crescita degli emittenti di corporate bonds”, afferma Efstathopoulos. Una stabilizzazione del mercato privato particolarmente importante poiché fornisce maggiore stabilità sociale ad un Paese che rappresenta il traino dell’economia mondiale. La dinamica occupazionale è, infatti, oggi maggiormente dipendente da dinamiche interne al gigante asiatico, legate in particolare al settore privato. “Attualmente una quota tra il 70% e l’80% dell’occupazione cinese è riferibile al settore privato”, spiega il portfolio manager di Fidelity International, “a differenza di 20 anni fa quando rappresentava una piccolissima parte dell’impiego complessivo”. “È perciò fondamentale per la PBOC”, prosegue, “fare in modo che la liquidità arrivi laddove ce n’è più bisogno e limitare così il tasso di fallimenti”. Migliorare l’accesso e le condizioni di credito risulta quindi centrale per agire in modo indiretto sui consumi e supportare l’economia. Su questo dovrà concentrarsi il governo di Pechino in ottica di stimolo secondo Efstathopoulos.

Le mosse del team multi-asset di Fidelity

“Tutte le preoccupazioni dello scorso anno sulla Cina erano già prezzate dal mercato e nel corso del 2018 abbiamo aumentato significativamente l’esposizione al credito nell’area”. Una delle mosse principali riscontrabili sia nel portafoglio globale che in quello regionale del team Multi-Asset di Fidelity International ha portato a raddoppiare l’esposizione all’high yield asiatico. Una posizione estremamente contrarian, guidata da valutazioni attraenti e fondamentali che non risultavano in deterioramento secondo le analisi dell’asset manager. “I fattori tecnici erano problematici e quindi la nostra soluzione è stata quella di acquistare bond del mercato high yield asiatico denominati in dollari. Abbiamo iniziato a comprare in luglio creando una parte di portafoglio che ci ha fornito grande protezione dai ribassi nell’ultimo trimestre del 2018 e una decisiva fonte di rendimento nel primo trimestre del 2019”, sottolinea il portfolio manager.

Per quanto riguarda il portafoglio regionale Asia-Pacific Multi-Asset, un’altra posizione in controtendenza assunta con il nuovo anno da parte dell’asset manager è stata quella di acquistare azionario cinese, comprese significative quote di A-Shares. “Valutazioni attrattive, utili non più dominati da pochi settori o da un numero limitato di titoli, investitori internazionali sottopesati e accelerazione nel processo di inclusione da parte di MSCI sono alla base di tale scelta gestionale”, specifica Efstathopoulos. “Assistiamo su quest’ultimo punto ad una dinamica molto interessante”, sostiene inoltre, “poiché storicamente i momenti di inclusione corrispondono a significative performance dei mercati interessati. In questo caso si nota una sostanziale indipendenza, vista la forte correzione del comparto on-shore cinese nel corso del 2018”. Un fattore che dimostra la sempre maggiore rilevanza dell’asset class.

“Un rischio da tenere sempre presente relativamente alla Cina”, conclude Efstathopoulos, “è che si tratta di un’economia guidata dallo Stato. Questo non si combina bene con il libero commercio ed è probabile che si arriverà nel lungo periodo a tensioni ancora più forti rispetto a quelle che stiamo osservando, anche se sul nodo proprietà intellettuale si andrà verso una coincidenza di interessi sulla necessità di una maggiore protezione visto il crescente livello di innovazione delle aziende asiatiche”. Anche su quest’ultimo punto la posizione del portfolio manager non poteva che essere contrarian.

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