Il conflitto di interessi e il dilemma della distribuzione


MiFID II sta per compiere sei anni. Era il 15 maggio 2014 quando il Parlamento Europeo e il Consiglio sancivano la nascita della direttiva 2014/65/EU che prometteva una rivoluzione a livello comunitario nell’approccio ai costi dei servizi finanziari. Come noto, il suo cammino, non solo fino a definitiva entrata in vigore il 3 gennaio 2018 ma anche successivo, non è stato dei più semplici, così come la sua interpretazione e applicazione. Il mondo degli operatori di mercato, comprensibilmente, in quanto formato da entità eterogenee e portatrici di interessi a volte in opposizione, è apparso spesso diviso e il dibattito sul livello di trasparenza raggiunto nei confronti del cliente sul tema dei costi e della rimozione del conflitto di interessi è tutt’altro concluso. È necessario, secondo Simone Rosti, country head Italy di Vanguard, allargare lo sguardo per vedere in prospettiva ciò che ancora resta da fare nel nostro Paese.

Il modello anglossassone

“Il modello della distribuzione nel Regno Unito, con un netto e radicale spostamento della remunerazione della consulenza dal prodotto al servizio, ha dimostrato di funzionare e di essere in grado di eliminare qualsiasi forma di conflitto di interesse”, afferma.

Il divieto da parte dei consulenti UK di ricevere retrocessioni è un cambiamento che è stato operato per via strettamente normativa, ma, sottolinea Rosti, “non è detto che questa debba essere l’unica via”. “Il modello americano”, prosegue, “ci insegna che non c’è bisogno di cambiare le regole perché avvenga una rivoluzione nel modello distributivo. Negli Stati Uniti non c’è mai stata una normativa, però una buona parte del mercato si è mossa autonomamente in quella direzione”.

Il nodo fondamentale è rappresentato, secondo il country head Italy di Vanguard, dal riconoscimento da parte del cliente della totale assenza di conflitto di interessi da parte del consulente, che nell’impossibilità o nell’autonoma scelta di non ricevere retrocessioni, resta con l’unico obiettivo di gestire un portafoglio composto dai prodotti di investimento con il miglior rapporto qualità/costo tra quelli in linea con il profilo di rischio e gli obiettivi del cliente stesso.

Uno sguardo al passato

Più che ai sei anni di MiFID II, Rosti guarda dunque ai dodici che ci separano da MiFID I. “In quell’occasione”, spiega, “il regolatore era intervenuto, tra gli altri aspetti, sulle gestioni patrimoniali eliminando totalmente la possibilità di ricevere retrocessioni e annullando il conflitto di interesse. Questo strumento è stato per un periodo abbandonato in Italia perché ritenuto poco remunerativo ed è tornato di interesse per la distribuzione in quanto in linea con quanto previsto dalla direttiva MiFID II”.

Nella visione del manager, questo modello, insieme alla consulenza fee only, rappresenta la sola opzione percorribile per evitare forme di remunerazione del collocamento di strumenti finanziari che lasciano spazio a valutazioni differenti dal solo perseguimento dell’interesse del cliente.

“Fee-on-top e fee-offset sono modelli migliorativi rispetto al passato, ma comunque imperfetti”, completa sul punto, facendo inoltre notare come alcuni movimenti osservabili nel mercato dell’Europa continentale, principalmente in Germania, ma anche in Italia, mostrino che la consulenza a parcella inizia a fare parte del set di opportunità nella disponibilità del cliente finale e come, in tal senso, il mondo del private banking e del wealth management sia un passo in avanti rispetto a quello delle reti di consulenza finanziaria.

Semplicità, tecnologia, costi

La storia del retail banking negli ultimi 10 anni è, secondo Rosti, un buon proxy di quello che accadrà in futuro. Realtà innovative che hanno faticato ad affermarsi, col tempo, hanno oggi raggiunto quote di mercato importanti, spingendo anche gli operatori tradizionali a modificare la propria offerta.

Tre sono le carte che si sono dimostrate vincenti: semplicità, tecnologia, costi. “Il mondo bancario tradizionale non è sparito, ma ha visto ridurre la propria quota di business, con avviamento di canali similari a quelli dei nuovi operatori. Mi aspetto che questo avvenga anche nel mondo della gestione del risparmio nei prossimi anni”, sostiene il manager.

Le strade di Vanguard in Italia

L’offerta diretta tramite una piattaforma proprietaria è una delle possibilità che stiamo attentamente valutando per l’Europa”, rivela il country head Italy della casa di gestione. Vanguard offre, infatti, questa tipologia di servizio già da tempo negli Stati Uniti e recentemente ha avviato la propria piattaforma per clienti privati anche nel Regno Unito. Una seconda opzione fa riferimento al modello utilizzato dalla società statunitense per l’espansione in Cina, dove è stata siglata a giugno 2019 una partnership strategica con Ant Financial, ramo finanziario di Alibaba, attraverso cui verrà offerta consulenza a 160 milioni di clienti potenziali. La terza via, da sviluppare in parallelo, fa riferimento ad una serie di partnership con operatori che potranno offrire portafogli ad hoc costruiti con soli prodotti Vanguard.

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