I primi effetti del coronavirus sui mercati


Contributo a cura di Alessandro Allegri, amministratore delegato, Ambrosetti AM SIM.

Fermo restando la stabilità dei dati macroeconomici e la fiducia del mercato nella politica monetaria, i principali rischi politici su cui si sono concentrati gli investitori l'anno scorso sono decisamente diminuiti in queste prime settimane del 2020. Gli accordi raggiunti relativamente al conflitto commerciale USA-Cina, il definitivo via libera ad una hard-Brexit e le conferme di stabilità sul fronte politico euro sono sembrate, in prima istanza, le condizioni ideali e necessarie per la convalida e il proseguimento del rally azionario e, più in generale, della fiducia verso le attività con più rischio e più rendimento atteso.

I mercati finanziari hanno dunque iniziato il nuovo anno nel modo in cui avevano terminato il precedente, con un atteggiamento positivo che ha spinto inizialmente gli asset più rischiosi verso nuovi massimi. In questo clima è arrivata poi, dalla Cina, la doccia ghiacciata del coronavirus che ha raffreddato gli umori e che sta tenendo alta la preoccupazione. I primi effetti sui mercati si sono focalizzati geograficamente, colpendo in particolare le aree immediatamente interessate (Hong-Kong -6,6%) contrapposte a reazioni più controllate sugli altri indici.

La misurazione dei potenziali danni all'economia risulta estremamente difficile e prematura non avendo nemmeno la possibilità di una valutazione oggettiva delle conseguenze di espansione del contagio e della gravità dello stesso. Certo è che l’eventuale sviluppo di una grave crisi avrebbe indubbi impatti sostanziali sulla crescita, in parte globale ma certamente per il mercato cinese che risulta essere già sotto pressione a causa dell'incertezza commerciale degli ultimi anni e che sarebbe chiamato ad attuare politiche decisamente più aggressive in termini di stimoli da sommare agli sforzi già in atto di riduzione della leva finanziaria e di sostegno della domanda interna.

I risultati di gennaio

Il mese di gennaio alla fine ci consegna risultati molto frammentati, evidenziando in questo frangente il valore dei processi di asset selection indipendentemente dalle pure dinamiche di gestione dell’esposizione. Gli indici azionari si sono mossi dalla significativa negatività asiatica (-4,5% l’intera area) alla stabilità del mercato svizzero e di quello americano, coadiuvato dalla crescita dell’indice Nasdaq (+1,99%). Flessioni in generale per i mercati euro (-2,7%) e soprattutto per l’Inghilterra (-3,4%). La selettività all’interno degli indici è stata significativa, i temi Utilities e Technology sono cresciuti molto (+5,5% e +3,3% rispettivamente), con sovraperformance da record verso i temi peggiori (Energy -9%, Material -5,5%).

In questo clima di incertezza e di rotazione ne approfittano le obbligazioni che fanno un altro passo in termini di performance dopo i già straordinari risultati dello scorso anno. Fanno bene le emissioni governative, Inghilterra (+3.4%) e Stati Uniti (+2.8%) mentre in Europa l’Italia (+2.6%) riduce ulteriormente i suoi livelli di spread verso gli altri Paesi. Positivi anche gli emergenti. La crescita viene confermata anche sulle tematiche a spread. Le tensioni di inizio anno hanno invece caratterizzato le materie prime. L’indice Crb registra un crollo (-8%) trascinato dalle vendite pesanti sul petrolio (-15%) mentre l’oro ha proseguito il suo cammino di apprezzamento (+4,7%). Sul lato valute è cresciuta un poco la volatilità con l'euro protagonista in termini di debolezza verso tutte le principali divise.

Azionario, asset class preferita

L'espansione globale che sta caratterizzando i mercati da più di 10 anni, e che preoccupa in termini di durata temporale, è stata, tuttavia, notevolmente ridotta rispetto ai dati di espansione medi. Questo supporta l’ipotesi che la crescita possa protrarsi molto più a lungo soprattutto con le attese di investimenti privati strutturalmente più sostenuti. In generale, si sta leggendo una netta riduzione del paventato rischio di recessione e le attuali tensioni di carattere esogeno, ancora da capire se aventi valenza di segnale o solo di rumore, non mutano dunque le condizioni di fondo a livello di attese.

L’improbabilità che le principali Banche centrali diventino meno accomodanti, il raffreddamento delle ostilità commerciali e il miglioramento diffuso dei dati ciclici hanno indubbiamente rafforzato la percezione di un sentiment positivo tra gli operatori in un'atmosfera in cui gli investitori sono più preoccupati di perdere parte del rally dei mercati che non dei rischi che potrebbero impedirlo. L’azionario dunque rimane l’asset class preferita in questa fase per la ricerca di rendimento. All'interno di questa scelta allocativa, la nostra preferenza si focalizza, tuttavia, su settori anticiclici e su tematiche ad oggi in condizioni di sottovalutazione.

Sugli investimenti obbligazionari il tema non è più di carattere tattico ma ormai strutturale. Il mercato è radicalmente mutato negli anni e i paradigmi con cui si dovrà convivere sono definiti. In buona parte delle economie nel mondo i tassi d'interesse sono praticamente scomparsi, azzerati o talmente contenuti da annullare le opportunità di guadagno per tutti gli investitori tradizionali. Anche la soluzione adottata negli ultimi anni di aumentare contemporaneamente la durata e i rischi di credito, rinunciando gradualmente comunque a maggiori rendimenti, non appare più sostenibile a lungo e ora l’attenzione si sposta tutta, dalla ricerca di un buon yield, alla capacità di valutazione delle future fluttuazioni dei prezzi. Questo permetterà attraverso un atteggiamento più attivo e speculativo di gestire meglio le dinamiche di rischio e di rendimento su questi strumenti. Rimanere ancorati ai vecchi schemi di gestione esporrà invece sempre più ad ottenere un rischio senza interessi.

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