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I mercati emergenti sono ormai più resilienti


Il 2018 è stato un anno difficile per i mercati emergenti. Se da un lato, infatti, questi hanno sperimentato una forte crescita economica sincronizzata, dall’altro hanno dovuto fare i conti con le prime ripercussioni derivanti dall’aumento dei tassi di interesse negli Stati Uniti che ha impattato il segmento delle valute e provocato una fase di forte correzione. Hiren Dasani, co-head Global Emerging Markets Equity di Goldman Sachs Asset Management (GSAM), rimane ancora ottimista sui Paesi emergenti, dove crede si possano cogliere importanti opportunità nel corso del prossimo anno.

“A mio parere, Turchia e Argentina presentano delle criticità idiosincratiche che non riguardano tutti gli emergenti. L’apprezzamento del dollaro e le contingenze tipiche dei due Paesi, però, non ci preoccupano particolarmente, dal momento che negli ultimi cinque anni i mercati in via di sviluppo sono diventati più resilienti. Crediamo invece che si debbano monitorare maggiormente le relazioni tra USA e Cina: dopo il summit del G20, le due potenze economiche hanno temporeggiato per una rinegoziazione, ma lo scenario di una risoluzione più amichevole di questa guerra commerciale è diventata ora più probabile. Tuttavia, il mercato quest’estate ha già scontato la possibilità di un deterioramento delle tensioni”, afferma Dasani.

“Gli investitori si aspettano ancora volatilità sui mercati emergenti, per questo chiedono un risk premium adeguato. Se nel 2017 il rapporto tra prezzo e utili (P/E) era circa 20 a 1, oggi misura appena 11. Le valutazioni dei mercati emergenti risultano molto attraenti e sono scontate sia rispetto alla loro media di lungo periodo che relativamente ai mercati sviluppati, in quanto i rischi di scenari negativi sono già stati prezzati”, aggiunge l’esperto di GSAM.

La strategia di investimento

Hiren Dasani gestisce i fondi Goldman Sachs India Equity Portfolio e Goldman Sachs Emerging Markets Equity Portfolio e per entrambi adotta la stessa strategia fondata su una selezione titoli bottom-up .

“Non facciamo previsioni macroeconomiche sui singoli mercati e teniamo conto della situazione corrente come spunto per le nostre analisi più approfondite sui singoli titoli. L’obiettivo è quello di creare un portafoglio bilanciato in termini di Paesi e settori, possibilmente in grado di offrire performance in qualsiasi fase del ciclo economico. La selezione dei titoli mira alla generazione di alpha nel lungo periodo. Compriamo azioni che offrano un rendimento sul capitale (return on capital) interessante, in grado cioè di garantire vantaggi competitivi e significativi flussi di cassa. Siamo molto selettivi quando si tratta di società a forte partecipazione statale, perché tipicamente non riescono ad allocare il capitale nel miglior modo possibile e sono spesso soggette a conflitti di interesse tra lo Stato e gli azionisti minori”, spiega Dasani.

Il risultato delle analisi bottom-up ha portato al momento a sovrappesare i settori ciclici, come quello dei beni di consumo e quello finanziario, oltre a tutte quelle società che operano nell’ambito dell’information technology. A livello geografico, l’esperto di GSAM ha spiegato che la società ha assunto una maggiore esposizione sull’India, mentre sottopesa Cina, Perù, Taiwan e Sudafrica.

Perché investire in un fondo specializzato sui mercati emergenti? Dasani risponde che nonostante “il 60% della popolazione provenga dai mercati emergenti, rappresentando circa il 34% del PIL mondiale, questi Paesi costituiscono solo il 12% dei benchmark azionari globali. Riteniamo che le economie emergenti potranno beneficiare del trend demografico di forte crescita nel lungo periodo, mentre nel medio periodo sarà possibile trarre vantaggio dalle valutazioni interessanti a seguito dell’ultima correzione di mercato. Infine, se comparati con i mercati sviluppati, i mercati emergenti sono meno efficienti, pertanto un gestore attivo può sfruttarli nel migliore dei modi, con significative possibilità di generare alpha”, conclude il portfolio manager.

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