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I mercati emergenti scalano marcia


Ci stiamo avvicinando sempre di più alla fine del ciclo economico, e i primi segnali vengono proprio dai Paesi emergenti. L'azionario di questi mercati conferma il trend ribassista, con fuoriuscite per 2 miliardi di dollari nel mese di giugno. Dall’inizio dell’anno, il mese di maggio era stato il primo con saldo negativo, ma il dato di giugno rappresenta il peggior deflusso mensile da dicembre 2014.

“L'ultima volta in cui si è registrato un deflusso di tale entità nell’azionario si era verificata una tendenza analoga da parte degli investitori nel ridurre l’esposizione sia dall’azionario emergente che europeo, incrementando invece quella sugli Stati Uniti”, spiega Wei Li, responsabile del team EMEA investment strategy di iShares. Il sentiment negativo sui titoli azionari europei è culminato in quattro mesi consecutivi di deflussi, per la prima volta dall'inizio del 2016. “Le crescenti tensioni commerciali tra Stati Uniti e Cina hanno influenzato il sentiment di mercato e gli investitori probabilmente si stanno allontanando dalle regioni che percepiscono come più esposte al rischio di una guerra commerciale".

Bisogna dire che la minaccia di una trade war tra Stati Uniti e Cina rappresenta un rischio per i mercati emergenti come per il commercio globale. Una simile eventualità comprometterebbe gli importanti rapporti commerciali, e sussiste il rischio che altri Paesi, come la Corea del Sud, possano restare vittime del fuoco incrociato. "A nostro avviso, però, malgrado la retorica sull'argomento possa sembrare allarmante, le due parti in causa comprendono che una guerra commerciale non avrebbe un vincitore", spiega Dara White, responsabile globale azioni mercati emergenti presso Columbia Threadneedle Investments

Il presidente Trump ha già iniziato a ritirare alcune sue proposte; per il momento ha escluso dall'applicazione dei dazi sulle importazioni di acciaio e alluminio importanti partner commerciali quali Corea del Sud e Australia. “È importante considerare le implicazioni di un aumento dei dazi nella giusta prospettiva, spiega Dara. "Da parte nostra, stimiamo che le restrizioni commerciali prospettate dal governo cinese infliggerebbero agli Stati Uniti una perdita di PIL pari allo 0,08%. D'altro canto, i dazi USA peserebbero sul PIL cinese per lo 0,01%", spiega White. 

Lo scorso marzo, gli Stati Uniti annunciarono l'intenzione di imporre dazi su importazioni cinesi pari a 50 miliardi di dollari, per poi dichiarare una tariffa mondiale sulle importazioni di acciaio e alluminio. Negli ultimi mesi gli Stati Uniti hanno lanciato un' inchiesta in tema di sicurezza nazionale relativa alle importazioni di automobili e camion che potrebbe portare all'applicazione di dazi simili anche per le auto. “L'iniziale reazione istintiva dei mercati delle materie prime è stata quella di una riduzione dei prezzi. In seconda battuta, tuttavia, la probabile penalizzazione delle catene di approvvigionamento ha spinto al rialzo i prezzi”, spiega Nitesh Shah, director, research di WisdomTree. “I prezzi sono trainati dal sentimento più che dai fondamentali. Come è accaduto in aprile, un rimbalzo dei prezzi è probabilmente all'orizzonte”.

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