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I manager italiani scelgono Londra


Tempi lunghissimi, ostacoli burocratici, un humus poco favorevole alle società di gestione e scarsa visibilità internazionale. In definitiva se si vuole avere successo nel mondo della finanza bisogna andare fuori dall’Italia. Per molti manager con diversi anni di esperienza alle spalle il miglior posto fuori dai confini nazionali per fondare una società di gestione è Londra.

Umberto Borghesi, CIO di Albemarle AM, con 35 anni di esperienza in finanza come consulente e gestore, confessa di aver sempre avuto l’ambizione personale di fare qualcosa per conto suo. “Mi sono guardato intorno ed ho scelto una piazza che mi consentisse di avere innanzitutto visibilità internazionale e poi di essere in un terreno dove è facile trovare alleanze e persone molto qualificate. La scelta è caduta sull’Inghilterra perché ancora adesso Londra è la capitale europea della finanza”, dice Borghesi. 

“È stata una scelta personale legata alla volontà di creare un asset manager che fosse veramente indipendente  dalle banche e che fosse un fornitore di servizi per istituzionali, offrendo principalmente sovraperformance in quanto l’attività di gestione ha un senso solo se riesce a dare buoni risultati”. La strategia si basa sulla ricerca del mismatching valutativo, ovvero società il cui prezzo è ampiamente sottovalutato dal mercato. “Sfruttiamo le evidenti asimmetrie tra le quotazioni di borsa e il valore di un’azienda, così da investire solo nei casi di opzionalità positive a fronte di un rischio basso o assente”. 

 

Visione globale

“L’idea è stata direttamente Londra, non l’estero”. Così esordisce Giacomo Mergoni, CEO di Banor Capital Ltd. “Per il nostro lavoro di gestione patrimoniale crediamo sia fondamentale oggi -così come 17 anni fa quando abbiamo iniziato-, avere una visione globale dell’universo investibile e soprattutto potersi confrontare con delle menti brillanti che abbiano a loro volta una visione a 360º. Ci sembrava obbligatorio essere a Londra. Pur avendo il DNA italiano ci sarebbe  apparso provinciale chiuderci a Milano e vedere solo quella parte del mondo”, spiega il manager. 

Banor è stata creata nel 2011 da un team di professionisti degli investimenti che lavorano insieme dal 2001. La società punta ad essere il partner di riferimento per clienti istituzionali e privati alla ricerca di un gestore di investimenti value per la parte liquida del loro patrimonio. “Ciò che ci distingue e ci ossessiona è la qualità del servizio che diamo ai nostri clienti”, spiega Mergoni. “Offriamo ai nostri investitori un lavoro molto approfondito, basato sul valore delle aziende che studiamo. Compriamo società di grande qualità soltanto quando quotano a sconto sul loro valore intrinseco e viceversa”. 

Tra le società di gestione con sede all’estero create da italiani non si può non citare Algebris Investiments. Fondata da Davide Serra nel 2006, l’asset manager persegue strategie d’investimento long only e alternative ed ha uffici a Londra, Boston, Singapore, Milano e Lussemburgo.

 

Ispirati dalla storia

Fondata nel 2011 a Londra “Tages Capital prende il nome dall’omonimo profeta che insegnò agli Etruschi l’arte di predire il futuro”, spiega il CIO Salvatore Cordaro. La società nasce come gestore patrimoniale indipendente europeo focalizzato sull’offerta di soluzioni specializzate, innovative e orientate al cliente nello spazio absolute return.  

“La nostra rapida crescita sin dagli inizi  è la testimonianza della nostra capacità di innovare, differenziare e collaborare con gli asset allocator per fornire soluzioni e risultati eccellenti grazie soprattutto all’ esperienza del nostro team, ad una profonda conoscenza degli investimenti alternativi e ad un approccio alle soluzioni fondato sulla massima qualità della consulenza”, sottolinea Cordaro. 

Anavio era un forte costruito dai romani in Britannia sotto il governariato di Agricola e si trovava alla congiunzione di tre principali strade romane. Anavio è anche il nome che tre amici hanno scelto per una società nata a Londra alla fine del 2014. “Insieme a Daniel Horsley e Emiliano Leggieri abbiamo deciso di creare un fondo”, spiega Dario Sacchetti. 

“Siamo partiti gestendo i soldi di friends&family, poi la performance è andata molto bene e gli investitori sono aumentati. Siamo un fondo event driven, quindi guardiamo tutto ciò che è evento, dalla quotazione di mercato, all’aumento di capitale, alle M&A, alla ristrutturazione e siamo focalizzati più che altro sull’Europa. 

Quello che abbiamo creato è un fondo di investimento che ha tre strategie sottostanti con un unico book, il che vuol dire che non preallochiamo il capitale in base a performances passate ma secondo quello che ci aspettiamo in futuro dalle tre  strategie”. 

 

La Brexit non fa paura

C’è chi non ci pensa ancora  e chi invece ha preso già delle misure di precauzione. 

Brexit? “Non lo so, vivo alla giornata”, confessa Borghesi. “Siamo una società piccola, tra l’altro in trattativa per una joint venture con altre società più grosse, quindi sto un po’ a vedere cosa succede. Tra l’altro in questo momento nessuno sa quali saranno le conseguenze e come sarà questa Brexit, è inutile dannarsi a cercare di capire cosa succederà”. 

Cordaro e Mergoni, invece, concordano sul fatto che  la Brexit avrà un certo impatto sul business delle società che operano nel Regno Unito, ma sono tranquilli in quanto  si stanno già preparando e possono tra l’altro contare sulle altre società del gruppo presenti in vari Paesi europei.

 

Non solo Londra

“Nel 2006 ho rilevato una scatola vuota, c’era solo il nome”, ricorda Michele De Michelis, CIO di Frame AM. “Abbiamo poi cominciato a crescere”. Oggi Frame è una società di asset management che offre gestioni patrimoniali e consulenza agli investimenti con sede a Lugano”.  Abbiamo aperto in Svizzera per semplicità: la gente parla italiano, c’è poca burocrazia. Volevamo fare un hub di gestione che avesse un connotato europeo”, conclude .

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