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I gestori sono responsabili delle scarse performance del 2018?


Il 2018 è stato sicuramente un anno complesso per i gestori e di conseguenza per i fund selector, un esercizio in cui l’89% degli asset globali è stato negativo. “Nel primo semestre il ritorno della volatilità, dopo anni a livelli minimi, ha consentito, in generale, agli stock pickers di generare extra rendimenti rispetto ai mercati di riferimento; con l’estate, invece, il riaffiorare delle incertezze geopolitiche ha introdotto ulteriori timori e scetticismo e ha amplificato  situazioni di sell off, rendendo molto difficile il compito dei gestori attivi per i quali è sempre complesso orientarsi in mercati non basati sui fondamentali e caratterizzati da rotazioni settoriali, di stile e di capitalizzazione”, spiega Chiara Mauri, senior fund analyst di Fideuram Investimenti SGR.

Negli ultimi mesi dell’anno il mercato è stato particolarmente sfidante e, a più riprese, ha messo a dura prova i gestori: “basti pensare al ritorno alla volatilità, il prezzo di alcune commodity e gli eventi geopolitici”, fa notare Federico Pitocco, fund selector di Morningstar. “Dal nostro punto di vista abbiamo ottenuto dei riscontri positivi da alcuni gestori growth qualitativi mentre, al contrario, quelli value ci hanno un pò deluso. Per filosofia aziendale, tuttavia, restiamo favorevoli alla gestione attiva, soprattutto per certi prodotti. Speriamo che il 2019 possa riportare normalizzazione”. 

“Bisogna anche ricordare però che selezionando un gestore attivo non possiamo vedere i risultati in solo 12 mesi, soprattutto dove il rischio geopolitico ha dominato”, sottolinea Giorgio Bensa, fund selector di Ersel. “Questo ha reso la vita difficile a chi fa bottom up”. Questo ha creato uno scollamento tra economia, salute a livello aziendale e andamento dei mercati. “Pensiamo che questa turbolenza sarà assorbita in una fase di normalizzazione tra dinamiche di mercato e fondamentali che devono prevalere. Fasi anche molto violente dove la fotografia può cambiare totalmente in un solo mese. Perciò non possiamo restringere troppo la finestra di osservazione”.

Questo contesto ha permesso lo sviluppo delle strategie passive, tanto che nel mese di novembre i flussi sugli ETC hanno registrato il valore più alto dal 2005. “Il 2018 ci ha ricordato inoltre come prodotti con lo stesso nome, si possono comportare in modo differente. Dobbiamo tenere presente quindi che il mondo è cambiato e che è difficile fare bene in un contesto del genere”, spiega Francesco Margonari, fund selector di Mediobanca. “Questo è ben evidenziato dalle alte dispersioni all’interno dei peer group su equity, bond e anche su quelle non direzionali. Il QE sta per finire e quindi sono scomparsi anche gli alti sharpe ratio”.

Nel 2018 c’è stato anche chi ha fatto bene: “Un esempio sono i fondi con posizioni meno scontate, meno ‘crowded’. Questo è vero a maggior ragione sui fondi non direzionali, senza benchmark. Sono prodotti difficili da analizzare ma che hanno soddisfatto maggiormente le nostre aspettative. Altri con posizioni più scontate hanno portato risultati più deludenti. Quindi cercheremo anche nel 2019 fondi con posizioni meno crowded che risentano in misura minore della volatilità”, conclude Margonari.

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