I fund selector scelgono la gestione attiva solo se il gestore è in grado di creare valore


I portafogli sono ormai caratterizzati da un mix di fondi attivi e passivi. La scelta del prodotto dipende soprattutto dal tipo di mercato in cui si vuole investire, se questo è un segmento efficiente, il gestore raramente sarà in grado di creare valore aggiunto, pertanto, in tal caso, si preferisce un ETF che permette di catturare i rendimenti a costi minori. Questo è il punto di vista dei fund selector che hanno partecipato alla tavola rotonda sulla selezione dei fondi organizzata da Funds People.

Fabrizio Bergna, responsabile dell'Ufficio Ricerca Mercato di Banca Consulia sostiene che al di là del fattore costo, con l’aumento della competizione sul mercato degli ETF è richiesta una maggiore attenzione nella selezione di questi prodotti. “Ci sono ETF che a parità d’esposizione in termini di asset class, hanno un elevato grado di diversificazione del sottostante, altri sono invece più concentrati. Ciò nonostante in alcuni segmenti preferiamo un mix di fondi attivi e passivi, come nel caso del mercato obbligazionario, in cui prediligiamo i gestori capaci di limitare il profilo di rischio e che sono in grado di garantire stabilità al portafoglio. Lo stesso vale per gli emergenti, dove la presenza locale e le relazioni con le imprese e il management creano valore rispetto ai fondi passivi. Gli ETF invece funzionano bene nel caso del mercato statunitense che risulta essere estremamente efficiente, infatti nel lungo termine meno del 20% dei gestori riesce a battere l’indice. Infine, con l’obiettivo di diversificare le strategie, analizziamo e utilizziamo inoltre gli ETF fattoriali, low beta, risk parity”, spiega l’esperto.

“La variabile costo rimane un aspetto fondamentale nella determinazione dei rendimenti di tutti gli investimenti, soprattutto in un contesto di tassi bassi”, commenta Paolo Moia, responsabile Asset Management di Banca Profilo. “I prodotti passivi possono ovviare sicuramente al problema, ma questo vale solo per quelle asset class dove è difficile creare valore aggiunto da parte del gestore, come nel caso dell’azionario statunitense. Viceversa i fondi attivi hanno ragion d’essere laddove il gestore può a sua volta segmentare il mercato. Per esempio nel caso dell’high yield si può fare una segmentazione per settore o profilo di rischio, avvantaggiandosi dalla scelta del sottoinsieme. Analogamente si può trarre vantaggio dalla presenza locale in alcuni mercati emergenti,  perché la diffusione delle informazioni è minori o non c’è spazio per la segmentazione”, spiega il gestore.

Matteo Campi, responsabile dell’Ufficio Investimenti Multimanager e Alternative di Arca Fondi SGR, preferisce usare gli etf, piuttosto che per un vantaggio di costo, per accedere in maniera veloce e liquida a determinati mercati, settori o temi a cui sarebbe più difficile approcciare con la gestione attiva.

Su cosa stanno puntando?

L’Equity è ancora l’asset class preferita dai fund selector, nonostante ci troviamo alla fine del ciclo. “In fasi di late cycle, i profitti tendono ancora a crescere favorendo così il rischio equity, mentre l’indebitamento delle aziende tende a diventare eccessivo, pesando sulle performance delle obbligazioni a spread. Quanto al credito emergente abbiamo una preferenza per le obbligazioni in valuta forte, ed in particolare per quelle a duration contenuta che rappresenta una buona opportunità in termini di rischio rendimento. Continuiamo a dare fiducia al mondo dei liquid alternative nonostante il periodo non sia proprio positivo in termini di performance”, dichiara Matteo Campi.

Fabrizio Bergna crede che non sia ancora giunto il momento di posizionarsi sul value pur essendo vicini alla fine del ciclo economico, nonostante sia sottovalutato, “è ancora il growth a trascinare il mercato”, commenta, ciò grazie ad un’aspettativa di tassi d’interesse in diminuzione e una crescita ancora resiliente negli USA. “Sull’obbligazionario preferiamo il debito emergente short duration, piuttosto che l’high yield. Inoltre, negli Stati Uniti c’è il problema del rating medio: se dovesse esserci un downgrade dalla BBB- all’high yield, scoppierebbe una vera e propria bolla, con società che avrebbero difficoltà a rifinanziare il debito. Ma ancora non è il momento, visto anche gli interventi dovish delle Banche Centrali”, aggiunge.

Per Paolo Moia “i portafogli si stanno spostando ormai verso Oriente, data la maggiore crescita economica e redditività, questo vale sia per l’equity che per la parte obbligazionaria, dove occorre entrare tramite fondi attivi”.

 

 

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