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Trump, avanti tutta


Il presidente americano Donald Trump non guarda in faccia a nessuno e prosegue con il suo programma di mettere gli Stati Uniti davanti a tutto, difendendone non solo i confini fisici ma anche le industrie locali e la produzione domestica, a discapito del concetto di globalizzazione e della libertà di commercio di beni e informazioni tra i diversi Paesi del mondo. Lo scorso 8 marzo Trump firmava due importanti atti che impongono dazi legali del 25% sulle importazioni di acciaio e del 10% sull’alluminio. Questi dazi entreranno ufficialmente in vigore oggi, 23 marzo 2018 e, per ora, esenzioni sono previste soltanto per Messico e Canada. 

Ma quali le conseguenze economiche di tale scelta?
"I dazi, almeno nel breve periodo, possano aiutare la produzione locale aumentandola, riducendo anche la dipendenza del Paese dai beni stranieri e mantenendo elevato il livello di occupazione", spiega Alessandro Allegri, AD di Ambrosetti AM SIM. "Dall’altro, in uno scenario di medio – lungo termine intervengono le maggiori incertezze sia per i consumatori, che, in alcuni casi, vedranno crescere i prezzi di alcuni beni di uso comune, sia per le aziende, che rischiano di annullare i vantaggi derivanti dalla riduzione della tassazione attuata attraverso la recente riforma fiscale". Per l'esperto la preoccupazione maggiore "è la paura di un allargamento di questo atteggiamento su vasta scala e ad altri beni, provocando una vera e propria guerra commerciale con rischio di conseguenze non solo immediate ma anche di natura strategica, in grado di intaccare l’integrità della crescita sincronizzata dell’economia globale e soprattutto di quei Paesi che stanno basando la gran parte della loro ricchezza sulle necessarie esportazioni".

La replica di Pechino
Se in un primo momento sembrava che aa Cina non vuolesse sentire parlare di guerre commerciali con gli Stati Uniti. La disponibilità a trattare e a sedersi a un tavolo era stata ribadita dal presidente cinese Xi Jinping, alla chiusura del Congresso nazionale del popolo, che ha sottolineato come il Paese voglia continuare a partecipare attivamente al processo di riforma e di costruzione di un sistema di governance globale. Ma a tarda notte in Europa, Pechino ha risposto agli USA mettendo nel mirino 128 prodotti americani per un totale di 3 miliardi di dollari nel caso non maturi un accordo con Washington dopo l'annuncio fatto dal presidente Donald Trump sui nuovi dazi che colpiscono l'import di beni cinesi per un valore che potrebbe arrivare a 60 miliardi di dollari. Per i mercati in questo momento è proprio la Cina a destare le maggiori preoccupazioni. "In questo Paese, la crescita economica è in rallentamento, in quanto le autorità  di Pechino  hanno nuovamente tentato di sgonfiare la bolla del credito", riporta il Barometro sui mercati a cura della Strategy Unit di Pictet Asset Management. "E se, come sembra probabile, il ritmo di crescita del credito rallenterà ulteriormente e il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump emanerà ulteriori misure protezionistiche contro la Cina, le prospettive per i mercati  emergenti e il resto dell’economia globale appariranno meno rosee rispetto ad alcuni mesi fa".

Se Washington sembra più un cane che abbaia ma non morde
Guardando allo scenario globale, "credo che vada detto che l’amministrazione Trump sta procedendo con il suo programma reflazionistico. Alimentare la crescita e tagliare le imposte erano gli obiettivi fondamentali dopo le elezioni. Un’America più forte, anche grazie alla deregolamentazione e alla riforma fiscale, trainerà la crescita globale un po’ più a lungo", afferma ​Chris Iggo, CIO obbligazionario di AXA Investment Managers. "Considerata la situazione nei mercati del lavoro e che parte del piano consiste nel limitare la libera circolazione delle persone e delle merci, l’agenda di Trump produrrà qualche effetto negativo sul fronte dell’offerta e positivo sul fronte della domanda. Questo comporterà un aumento dell’inflazione (a causa dei dazi all’importazione, dovuti all’approccio protezionistico, e dell’aumento dei salari, se i controlli sull’immigrazione limiteranno l’elasticità del mercato del lavoro). Fintanto che la crescita globale resta robusta e i prezzi delle materie prime relativamente stabili, non c’è motivo di credere che i mercati emergenti faticheranno. Certo, potrebbe esserci qualche ripercussione sugli scambi commerciali ma a questo punto, sul fronte protezionistico, Washington sembra più un cane che abbaia ma non morde".

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