Gli Usa verso il peggior tasso di crescita degli ultimi anni


Contributo a cura di Maurizio Novelli, gestore del Lemanik Global Strategy Fund.

I recenti dati macro confermano che l’economia mondiale è entrata da qualche mese in un contesto pre-recessivo. Gli Stati Uniti verranno trascinati nel rallentamento globale fronteggiando la fine del 2019 con una crescita tendenziale di circa l’1,5% del Pil, evitando per ora la recessione, ma registrando il tasso di crescita peggiore degli ultimi anni.

Storicamente, le recessioni sono state perlopiù procurate da eventi microeconomici o da eventi di natura finanziaria. Nei due casi, è il cedimento del settore leader della crescita economica che procura la recessione. Oggi però non sembra che l’economia mondiale abbia un settore leader che eserciti il volano della crescita: dopo la crisi del 2008, che ha visto il cedimento del real estate americano, settore leader, l’economia è ripartita senza avere apparentemente un nuovo settore leader di crescita. Il ciclo mondiale è stato sostenuto dal processo di globalizzazione produttiva, con la creazione della value chain globale che ha prodotto una crescita degli investimenti in modo trasversale ma non particolarmente concentrato in un settore specifico. La diversificazione geografica degli investimenti prodotti dalla globalizzazione ha favorito alcune aree economiche a scapito di altre.

L’Asia è stato il maggior beneficiario di questa evoluzione e la Cina ha raccolto il flusso principale di investimenti globali negli ultimi venti anni. L’Europa, così come il Giappone, hanno giocato un ruolo mercantilistico, cercando di beneficiare dei flussi di esportazione e hanno cercato di svalutare le loro monete dopo la crisi del 2008, così da difendere le loro posizioni commerciali. Gli Stati Uniti invece sono stati probabilmente i perdenti in questo nuovo equilibrio economico mondiale. Le aziende americane hanno guidato il trend di delocalizzazione globale in Asia, hanno perso posti di lavoro nel settore manifatturiero, sostituendoli con occupazioni a basso reddito, e hanno accumulato un debito estero pari al 45% del Pil rispetto al 10% che avevano del 2000.

Per compensare questo meccanismo perdente per l’economia interna ma vincente per le società quotate, l’economia americana ha sostituito il motore della crescita fornito dalla corporate America con il settore privato, innescando nuovi modelli di crescita dipendenti da consumi interni basati sul debito. Questi meccanismi hanno generato la crisi del debito sul real estate nel 2008 e ora rischiano di procurare un'altra crisi sul credito al consumo, che contribuisce a sostenere il 30% dei consumi interni e dunque circa il 23% del Pil americano. I consumi interni, che corrispondono al 75% del Pil Usa, sono il settore leader della crescita economica americana ma costituiscono anche il 15% di tutti i consumi mondiali. Le probabilità di una recessione globale dipendono molto da quello che succederà nei due principali motori della crescita mondiale: gli investimenti nella value chain globale, che sono il perno della globalizzazione e del commercio, e i consumi interni Usa.

In questo contesto l’amministrazione Trump ha iniziato a colpire il primo settore leader della crescita globale e gli effetti sull’economia mondiale hanno iniziato a manifestarsi in modo piuttosto significativo per chi ne ha beneficiato di più, come Asia, Europa e Giappone. Tuttavia, la strategia dei dazi impone ai consumatori americani dei costi insostenibili proprio quando si trovano al massimo della leva finanziaria dal 2007, mentre i costi sul credito al consumo hanno mediamente superato i livelli del 2007 e con il credito subprime erogato pari a circa il 30% del totale (23% era il livello di subprime nel real estate a Dicembre 2007).

Quello che è importante seguire nei prossimi mesi è l’andamento dei consumi interni degli Stati Uniti ma soprattutto il mercato del lavoro. Se infatti si dovesse delineare uno scenario di persistente debolezza del ciclo economico, come già ora sta accadendo, le aziende potrebbero iniziare a ridurre, anche solo frazionalmente, l’occupazione per compensare la discesa dei profitti già iniziata da tempo. In concomitanza con l’elevata percentuale di subprime nel credito al consumo, un piccolo aumento della disoccupazione produrrebbe un aumento delle insolvenze e una inevitabile restrizione del credito al consumo. Dato che il credito è un fenomeno pro ciclico e non dipende dal livello dei tassi ma dalle aspettative sull’economia, una restrizione del credito nel settore leader della crescita Usa produrrebbe quasi certamente una recessione.

Anche se la Fed dovesse proseguire nella politica di riduzione dei tassi sarà molto difficile assistere a una ripresa dell’indebitamento perché il sistema si trova già esposto a livelli di leverage molto elevati. Il secondo settore leader della crescita mondiale, i consumi americani basati sul debito, hanno iniziato a entrare nella classica zona d’inversione. Per riattivarli occorrerebbe avviare un piano di stimolo fiscale mirato sui redditi. Non è certo che, alla luce dei recenti sviluppi nella politica interna americana, questa possibilità sia realizzabile prima delle elezioni del 2020.

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