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Gli investitori globali premiano il 'made in Italy'


Commento a cura di Roberto Russo, amministratore delegato di Assiteca SIM.

Il primo trimestre del 2018 è stato caratterizzato dall’andamento negativo dei principali indici azionari e obbligazionari mondiali e da un progressivo aumento della volatilità che ha toccato l’apice nel mese di marzo, nel corso del quale abbiamo assistito a un susseguirsi di colpi di scena: dai dazi doganali con le reciproche minacce tra Stati Uniti e Cina, alla decisione del Consiglio dei ministri UE di prorogare fino al 15 settembre 2018 le sanzioni alla Russia collegate ad azioni che compromettono o minacciano la sovranità e l’indipendenza dell’Ucraina, fino a giungere al clamoroso autogol di Facebook sulla questione dell’uso scorretto di un’enorme quantità di dati prelevati in violazione della privacy dei propri utenti ad opera di una società di consulenza specializzata nel marketing online che, tra l’altro, ha avuto importanti rapporti con alcuni dei più stretti collaboratori di Donald Trump durante la campagna presidenziale del 2016.

Il succedersi di queste notizie ha generato un clima di crescente avversione al rischio da parte degli investitori che si è tradotto in una caduta dei prezzi delle materie prime sul mercato cinese mentre, sul fronte azionario, abbiamo assistito a una correzione di Wall Street seguita a cascata dalle principali borse mondiali tra 5 e 10 punti percentuali dai livelli massimi dell’anno. Solo il petrolio è rimasto relativamente stabile e sostenuto, malgrado il consistente aumento della produzione americana, probabilmente per la conferma da parte del principe saudita della volontà di mantenere fede agli accordi OPEC in essere. Sul fronte valutario, forse proprio per il contesto caotico, il dollaro è rimasto sostanzialmente stabile, mentre lo yen e le altre valute rifugio hanno subito un brusco apprezzamento nelle giornate di acuta avversione al rischio.

Di seguito si riepiloga l’andamento dei principali indici azionari e obbligazionari mondiali nel primo trimestre del 2018:

INDICI AZIONARI

• S&P500 (USA): -1,2%
• Eurostoxx50 (Europa): -4,1%
• DAX30 (Germania): -6,4%
• IBEX35 (Spagna): -4,4%
• CAC40 (Francia): -2,7%
• MSCI Mercati Emergenti in euro: -0,77% • FTSE MIB (Italia): +2,6%

INDICI OBBLIGAZIONARI

• Societario USA (7-10 anni): -2,26%
• Societario USA high yield (4-5 anni): -0,95% • Societario Euro (3-5 anni): -0,03%
• Societario Euro (4-6 anni): -0,38%
• Governativo Italia (7-10 anni): +2,5%

Dai numeri sopra evidenziati emerge sorprendentemente che gli investitori globali nel primo trimestre del 2018 stanno premiando l’Italia, sia sul fronte azionario che su quello obbligazionario, nonostante le incertezze legate allo scenario politico nazionale post elettorale dal quale è risultato che non esiste una maggioranza delineata in grado di dar vita alla formazione di un nuovo governo. Da cosa dipende questo comportamento? Innanzitutto va sottolineato che dall’urna è uscito un verdetto al quale gli operatori di mercato e i gestori erano in parte preparati: la caduta del partito di governo e la rinascita del centrodestra, prima coalizione del Paese. Tuttavia sono emersi due elementi meno graditi agli investitori internazionali: la pioggia di voti al Movimento Cinque Stelle (primo partito d’Italia) e il sorpasso a destra della Lega su Forza Italia hanno di fatto decretato la vittoria delle due forze politiche etichettate come anti sistema ed euro scettiche.

Come si dice in gergo borsistico, 'i mercati anticipano i fatti', ragion per cui gli operatori professionali prendono le decisioni di investimento con estrema razionalità e velocità; ecco che il messaggio sintetico e razionale uscito dalle urne è che per formare un nuovo governo sarà necessaria la partecipazione di una coalizione di larghe intese per cui i potenziali estremismi populisti e anti europeisti saranno necessariamente attenuati, limitando, se non del tutto cancellando, i rischi di eventuali impatti negativi sui mercati nanziari italiani ed europei. È dunque ancora una volta stato confermato il crescente distacco del mondo finanziario dagli accadimenti politici e, al contrario, la sempre maggiore attenzione all’andamento delle variabili economiche.

Alcuni dati tangibili spiegano le ragioni di questo sensibile mutamento: in Italia, nonostante le incertezze legate allo scenario politico nazionale, gli operatori professionali continuano a investire, tanto che nel primo trimestre dell’anno sono state formalmente chiuse 167 operazioni straordinarie (fusioni/ acquisizioni) per un controvalore complessivo di circa 10 miliardi di euro, pari al doppio rispetto ai primi tre mesi del 2017. Le proiezioni per la ne dell’anno, considerando la sola nalizzazione degli affari già annunciati, sono di un giro di affari pari a circa 65 miliardi di controvalore, un risultato che rappresenterebbe il record degli ultimi dieci anni. Per quanto riguarda l’economia italiana, dopo una crescita del PIL dell’1,4% nel 2017 le aspettative per il 2018 sono positive e sono state recentemente riviste al rialzo dal Fondo Monetario Internazionale, che prevede una crescita dell’1,5%. Il clima congiunturale migliorato, soprattutto nel nord del Paese, ha permesso al tasso di occupazione di proseguire il percorso di lenta ascesa posizionandosi a ne 2016 al 58,1% rispetto al 56,6% del 2015 (stima Istat). Malgrado i passi avanti, la perseverante debolezza del mercato del lavoro in vaste aree del Paese, ovunque per i giovani, rimane la prova più evidente che le croniche carenze di natura strutturale non sono state sufficientemente valutate nel corso degli ultimi anni.

Rimane inattaccabile la montagna del debito pubblico, come le evidenti inefficienze nell’ambito dell’amministrazione pubblica e di molti servizi regolati. Migliorano, viceversa, le prospettive del settore manifatturiero, l’unico a essersi adeguato alle mutate condizioni di competitività internazionale. Le azioni proattive degli ultimi governi in termini di politiche di sostegno alla piccola impresa e all’innovazione, che hanno tra l’altro incluso incentivi scali diretti e agevolazioni degli investimenti nanziari (PIR), sono risultate ef caci (piano Industria 4.0) tanto che, con il consolidarsi della ducia e il sostegno dell’azione governativa, sono ripartiti gli investimenti con tassi di crescita che su base annua hanno mediamente superato il 3% trainati dalle spese in conto capitale in macchinari e mezzi di trasporto, che si confermano il motore principale della domanda interna tra ne 2017 e inizio 2018.

Sul fronte bancario, dal primo rapporto messo a punto dalla Commissione UE sulla base dei dati della Banca Centrale Europea è emerso che l’Italia nell’ultimo anno è stata tra gli Stati membri ad aver ottenuto i migliori risultati nella riduzione della propria quota di crediti deteriorati (NPL) grazie a “un’inattesa accelerazione” confermata dalla riduzione di un quarto delle sofferenze, mentre la media degli altri Paesi è stata di un terzo. Sullo stesso tema qualche giorno fa i vertici di Intesa Sanpaolo hanno annunciato una doppia operazione sui crediti in sofferenza, ovvero una cessione di uno stock di 10,8 miliardi e una joint venture con la svedese Intrum nel servizio di gestione dei processi di recupero dei crediti deteriorati; tale mossa rappresenta un salto in avanti per la strategia della banca, ma è anche destinata ad avere conseguenze sull’intero sistema, in quanto la cessione di crediti deteriorati non prevista dai piani industriali è una risposta anticipata alle richieste del regolatore europeo che probabilmente sarà seguita da altri istituti di credito italiani.

Passando infine a una valutazione sintetica del nostro indice borsistico FTSE MIB, il multiplo medio Prezzo/Utili atteso nel 2018 è di circa 12 contro 15 circa del DAX di Francoforte, 17 circa del CAC40 e 21 circa dell’indice americano S&P500. Questo dato mostra chiaramente che il nostro mercato borsistico è tra i più 'economici' al mondo all’interno di uno scenario congiunturale mondiale positivo. In senso assoluto, il graduale processo di normalizzazione delle politiche monetarie espansive delle principali banche centrali dovrebbe favorire un rialzo generalizzato dei tassi di interesse con evidenti bene ci per il settore bancario in particolare nel nostro Paese e, a cascata, sugli altri settori dell’economia.

Non c’è dunque da meravigliarsi del crescente interesse nei confronti del “made in Italy” da parte degli investitori professionali provenienti da tutto il mondo, come dimostrato dalla stagione record che sta vivendo l’industria italiana in tema di fusioni e acquisizioni e dall’ottima performance del principale indice borsistico italiano che, da inizio anno è in cima alle classi che di rendimento europee e mondiali con un rialzo prossimo al 10%. Speriamo, finalmente, che sia la volta giusta.

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