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Giubergia (Ersel): "L'Italia? Mi preoccupa più da cittadino che da operatore"


I rischi di mercato preoccupano la BCE. Secondo l’ultimo report della Banca centrale sulla stabilità finanziaria sono quattro i pericoli: la possibilità di un aumento disordinato dei premi al rischio globali, la redditività delle banche, la liquidità dei fondi d’investimento e non ultimo la sostenibilità del debito, a cominciare da quello italiano, sui cui pesa lo scontro sulla manovra tra Roma e Bruxelles. “Siamo senza dubbio in un periodo di grandi turbolenze, su diversi fronti”, spiega Guido Giubergia, presidente e amministratore delegato del Gruppo Ersel. “L’economia globale è passata dalla fase di crescita sincronizzata del 2017 a una maggior divergenza tra le aree economiche nel 2018, obbligando gli investitori a un controllo più stringente sui portafogli. I timori per la fine del ciclo economico americano, le incognite poste da Trump nelle relazioni commerciali, i complessi equilibri in seno alla UE, i Paesi in via di sviluppo che risentono del rallentamento del ciclo internazionale sono solo alcuni degli elementi che hanno caratterizzato l’anno in corso. Difficile a breve termine capire come evolveranno le cose”, dice il manager.

Fare un bilancio del 2018 non è dunque cosa facile. Tanto più che tra i rischi indicati dalla BCE c’è anche l’Italia. “La situazione italiana mi preoccupa più come cittadino che come operatore”, chiarisce subito Giubergia. “Ho fiducia nelle imprese italiane, che nonostante gli scivoloni (spesso legati ai titoli bancari, legati alle sorti dei Btp nei loro bilanci) tengono duro e offrono buoni risultati. Nonostante i dazi e le incertezze molte aziende italiane resistono perché operano in nicchie di valore e sono guidate da imprenditori capaci, oltre che responsabili. Per noi la nuova sfida è riuscire a convincere i clienti, soprattutto quelli di fascia più alta, a non essere ossessionati dalla liquidabilità degli investimenti. Oggi per avere delle buone potenzialità di risultato bisogna accettare un impegno azionario a lungo termine o su strumenti finanziari alternativi, come i fondi di private equity. C’è ancora molta resistenza. Tutti vorrebbero avere strumenti dotati di liquidabilità totale e buoni rendimenti, ma le due cose non stanno più insieme”, afferma l’esperto.

Dalle problematiche italiane al tema Brexit, poi, il passo è breve. A inizio 2016, il Gruppo Ersel aveva ottenuto l'autorizzazione dalla FCA inglese ad allargare l’offerta della sede di Londra sia ai servizi di gestione collettiva sia a quelli di gestione e consulenza ai patrimoni individuali. “La rappresentanza nella City era nata con il compito di selezionare i migliori fondi e i migliori talenti sul principale centro finanziario europeo. Poi abbiamo ottenuto la licenza per l’attività di private banking così da soddisfare le esigenze di clienti che si spostano a Londra e hanno la necessità di essere seguiti. Anche se le incertezze sulla Brexit hanno rallentato lo sviluppo commerciale, proseguiamo nelle nostre attività londinesi parallelamente alle attività che da tempo svolgiamo in Lussemburgo per la nostra clientela private all'estero”, spiega Giubergia.

Per l’anno venturo, i progetti di Ersel, che di recente ha acquisito Banca Albertini, si dipanano dunque attorno alla percezione del mercato, ma sempre seguendo lo stesso core business. “Continueremo a puntare sui nostri servizi d’investimento sia introducendo soluzioni di gestioni patrimoniali ‘multiportfolio’, in grado di soddisfare le esigenze di efficienza e flessibilità nella costruzione di portafoglio, sia potenziando il nostro servizio di advisory”, dice l’AD.

In merito al lancio di nuovi fondi la società pensa di muoversi soprattutto nell’ambito delle produzioni alternative, con particolare attenzione alle soluzioni di medio lungo periodo nei mercati privati, come il private equity. “Puntiamo inoltre sui servizi professionali per imprenditori e gruppi famigliari con patrimoni rilevanti, attraverso un team di professionisti che abbiamo specializzato nelle nostre fiduciarie. Negli ultimi anni la domanda di trust e di servizi da family office è molto cresciuta anche sulla scia della necessità di portare a termine importanti passaggi generazionali nelle imprese di famiglia italiane”.

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