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Funzionano sempre le strategie low-volatility?


I fondi a bassa volatilità hanno fallito nella loro missione di proteggere l'investitore. È questa la dura accusa di un recente articolo del Financial Times che analizza come un certo numero di exchange traded funds (ETF) progettati per proteggere gli investitori da forti rotazioni del mercato azionario abbia subito perdite maggiori rispetto alle azioni ordinarie degli Stati Uniti durante il sell-off dello scorso mese, sottoperformando proprio nelle condizioni in cui erano destinati a prosperare. La testata britannica punta il dito in particolare verso alcuni ETF a bassa volatilità di BlackRock e State Street creati per acquistare le parti meno volatili del mercato o di un indice come l'S&P 500.  

"Una strategia low volatility mira a fornire un'esposizione bilanciata alle azioni meno volatili su un periodo di 250 giorni, creando così implicitamente un sovrappeso sui settori meno volatili, e in particolare su quello delle utility", spiega Francesco Lomartire, responsabile di SPDR ETFs per l’Italia. "Mentre questa protezione funziona nei giorni in cui si verificano picchi di volatilità, come il 5 febbraio, i benefici di questa strategia si manifestano appieno in una fase di ribasso più prolungata. L'approccio low volatility funzionerà nella maggior parte dei casi, ma non vi è alcuna garanzia che possa produrre risultati in tutte le condizioni.

In generale le strategie low volatility presenteranno una ripartizione settoriale diversa rispetto alle strategie che non mirano alla riduzione della volatilità". Per evitare una concentrazione troppo elevata su determinati settori, le regole di inclusione dell'indice andranno generalmente a imporre dei limiti di concentrazione sui settori, consentendo così di fornire un'esposizione diversificata e bilanciata. "Anche se questo tipo di esposizione può non portare risultati positivi in tutte le condizioni di mercato, ha comunque svolto la sua funzione di limitare i possibili ribassi di portafoglio nel tempo", precisa Lomartire che aggiunge: "Queste esposizioni reagiscono nel corso della giornata, ma non sono basate su derivati come le esposizioni all’indice VIX, quindi quando si confrontano i due strumenti bisognerebbe tenere conto della diversità dei loro rispettivi obiettivi".

L'importanza di individuare i fattori giusti
Per Chris Gannatti, associate director of Research di WisdomTree, questo è l'ennesimo esempio del pericolo nel quale gli investitori potrebbero incorrere se cercassero di individuare i fattori (ad esempio size, low volatility, momentum, quality o value) su base individuale. "Non si può prevedere quando una correzione come quella di febbraio si verificherà, ed è quasi impossibile sapere quale fattore performerà meglio", spiega l'esperto. "Ciò che si può dire è che, se ci si assicura un'esposizione diversificata tra i fattori, si massimizza la possibilità di detenere uno strumento che 'funzionerà' in quasi tutti gli ambienti di mercato. È inoltre importante monitorare la metodologia utilizzata per ottenere i fattori, i quali possono essere definiti in una moltitudine di modi diversi. In qualità di azienda che ha costruito i propri indici da ormai quasi 12 anni, riconosciamo tutti i nomi delle strategie citate e notiamo che, sebbene tutte si concentrino sulla 'bassa volatilità', hanno un numero molto diverso di azioni, modalità di misurazione di cosa significhi low volatility, e vincoli di settore che portano a una reattività molto diversa al mutare dei mercati", conclude.

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