Fondi e polizze: attenti ai costi (aspettando MiFID II)


L’industria del risparmio gestito (e soprattutto gli investitori) aspettano con ansia i primi riscontri effettivi della MiFID II. E per una serie di ragioni. È chiaro che in cima alla lista ci si chiede se con l’arrivo delle prime rendicontazioni trasparenti sui costi e le commissioni dei fondi d’investimento qualcosa cambierà nella gestione del rapporto tra produttori, distributori e risparmiatori. Per alcuni esperti qualche brutta sorpresa è già prevista all’orizzonte e molti investitori non avranno alcuna remora a lasciare il proprio consulente di fiducia o la propria banca proprio per aver sostenuto finora delle spese troppo elevate.

Come spiega Giovanni Folgori, founder & CIO di Euclidea SIM,  “nel mondo dell’investimento capire quanto costa un prodotto non è così immediato. In primo luogo, perché ci sono sul mercato una moltitudine di prodotti o servizi: fondi comuni, gestioni patrimoniali, polizze sulla vita. In secondo luogo, perché spesso il costo non sempre è reso evidente, ma è sommerso in documenti complessi o indicato solo parzialmente. In più non vi è una sola voce comprendente tutti i costi ma voci diverse: commissioni di gestione, di performance, di entrata/uscita, amministrative, e così via. Per l’investitore privato, valutare tutti questi elementi, non è semplice e immediato. Inoltre, quando chi consiglia l’investimento non è al servizio esclusivo del cliente, ma ha un interesse diretto nella vendita di uno specifico prodotto, le informazioni riguardanti possono essere ancora più difficili da reperire”. È chiaro che con la direttiva europea che disciplina i servizi d’investimento la situazione cambierà in meglio. “MiFID II ha due grandi meriti: l’aver preteso che i costi siano resi trasparenti e che chi svolge attività di consulenza ai clienti debba avere dei requisiti minimi di professionalità”.

Prodotti poco chiari

Ma quali sono quelle tecniche poco comprensibili che vengono vendute sul mercato? Folgori fa un breve elenco sui rischi legati ad alcune di queste tecniche. In primo luogo, ad esempio, ci sono strumenti a fee multilivello in cui solo l’ultimo strato viene rivelato. Parliamo di “polizze unit linked, gestioni patrimoniali zeppe di fondi della casa (conflitto di interessi), fondi di fondi alle volte addirittura mono-brand. Una specie di tassazione stratificata in cui si mischiano costi del prodotto, del sottostante e talvolta banche depositarie dai costi gonfiati e persino delle commissioni di performance”, spiega l’esperto.

Poi ancora “performance fee che hanno periodi di esercizi del tutto irragionevoli (fino al mensile) o con parametri di riferimento inadeguati, quando ad esempio il parametro non rappresenta il mercato reale di investimento”, oppure “gestioni in cui si mischiano centinaia di prodotti, spesso pieni di fondi della casa ma anche titoli obbligazionari e azionari, in modo da avere una falsa percezione di ricchezza del prodotto. E talvolta anche sottostanti con performance fee che fanno sì che si possano pagare commissioni anche se non vi è un guadagno. Inoltre bisogna star attenti anche a quei prodotti “strutturati con pagamenti di cedole apparentemente attraenti dove nascondono opzioni ultra costose che spesso rendono possibile la trasformazione dei certificati in azioni”.

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