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Fed, tassi all’1,50%. La Yellen ringrazia e saluta


Nessuna sorpresa sotto l’albero da parte della Fed. Nell’ultima riunione del 12 e 13 dicembre il FOMC ha aumentato i tassi di 0,25 punti base, portandoli all’1,25-1,50%, una decisione che, come sottolineato dalla stessa Banca centrale, lascia la politica monetaria espansiva. Poco è cambiato rispetto a novembre sia per quanto riguarda le aspettative sull’andamento futuro dei tassi che per l’analisi della situazione economica. I dots della Fed suggeriscono che a fine 2018 i tassi dovrebbero portarsi al 2%-2,25%, il che significa altri tre rialzi da 0,25 punti nel prossimo anno. Parallelamente, le prospettive sulla crescita parlando di un aumento del PIL del 2,5% e di una disoccupazione in calo fino al 3,9% per il 2018.

Sorvegliata speciale rimane l’inflazione, i cui livelli ancora sorprendentemente bassi, tuttavia, “secondo la Fed non saranno mantenuti nel medio termine vista la forza del mercato del lavoro e le prospettive di crescita”, ha ricordato Sophia Ferguson, senior portfolio manager per l’active fixed income and currency di State Street Global Advisors. L’esperta ha però aggiunto che “mentre la politica fiscale potrebbe continuare a supportare i trend di crescita, allo stesso tempo non ci aspettiamo che le misure possano modificare drasticamente le prospettive per la politica monetaria o il profilo dell’inflazione”. Dello stesso parere è Anna Stupnytska, global economist di Fidelity, secondo cui “la traiettoria della politica monetaria della Fed per il 2018-2020 sembra ancora troppo ambiziosa perché l’inflazione potrebbe deludere ancora”.

L’eredità della Yellen

Quella del 13 dicembre è stata l’ultima conferenza stampa per Janet Yellen, il cui mandato scadrà ufficialmente il 3 febbraio 2018. Nei suoi quattro anni di operato, la Yellen, fedele a uno stile dovish, se l'è dovuta vedere con la difficile eredità lasciatale da Ben Bernanke e che ha compreso la riduzione degli stimoli quantitativi avviati nel periodo 2008-2013.

Da allora, la Yellen ha comunicato in cinque occasioni – una nel 2015, una nel 2016 e tre nel 2017, a marzo, giugno e dicembre – l’aumento del prezzo del denaro e ha avviato il processo di normalizzazione del bilancio “senza generare un taper tantrum 2.0, ossia panico degli investitori con conseguenti correzioni di mercato”, come ha ricordato Andrew Wilson, ceo di Goldman Sachs Asset Management per l’area Emea.

Per questo, la presidente uscente, che lascia un Paese vicino alla piena occupazione e con un’inflazione più vicina all’obiettivo del 2%, si è detta soddisfatta dell’operato di questi anni e ha espresso piena fiducia nelle capacità del suo successore, Jerome Powell, che da sempre ha condiviso valori e decisioni dell’Istituzione.

Adesso toccherà a lui. Secondo Wilson sono diversi i rischi che il nuovo governatore della Fed dovrà tenere sotto controllo, "soprattutto se la sorprendente inflazione al ribasso di quest’anno dovesse tramutarsi in una inattesa inflazione al rialzo nel 2018, e le valutazioni degli asset restano vulnerabili ad un incremento della volatilità macroeconomica che attualmente ha raggiunto livelli inusualmente bassi”. A detta del gestore, sarà interessante vedere “fino a che punto la formazione e le esperienze pregresse di Powell influenzeranno la sua reazione”. Con una formazione giuridica e un’esperienza di oltre 30 anni nell’investment banking e nel private equity, Powell potrebbe rivelarsi più rapido nel passare all’azione, rispetto alla sua predecessora.

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