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Fed: reazione a catena


Commento a cura di Alfonso Maglio, head of Research Department di Marzotto Investment House.

La volatilità tipica delle asset class rischiose sembra aver investito negli ultimi trimestri anche le dichiarazioni delle Banche Centrali. Solo nell’estate scorsa Jerome Powell, governatore della FED la più influente Banca centrale al mondo, sosteneva una politica di rialzi dei tassi di interesse per contrastare l’inflazione sostenuta da una crescita record che ha determinato il massimo dell’ultimo decennio con un +3.1% di PIL del 2018.

Successivamente diversi segnali di un sottile rallentamento, pressioni di Trump e reazione avversa del mercato (ricordiamo tutti la correzione del mercato di fine anno 2018) hanno contribuito ad un brusco dietro front della Fed la quale ha dichiarato che sarebbe stata paziente nel rialzo dei tassi ed avrebbe operato con un atteggiamento attendista rispetto ai dati macro.

Nell’ultimo meeting conclusosi il 20 marzo è stata confermata questa linea di condotta in quanto a fronte di dati irregolari nei primi mesi del 2019 e di un’inflazione sempre vicina all’obiettivo del 2% la FED crede che eventuali aggiustamenti debbano essere effettuati con una strategia wait and see pertanto ha confermato il range dei tassi d’interesse a breve termine immutati tra il 2.25% e il 2.5%.

Di seguito un grafico che mostra l’andamento del Fed Funds Rate Upper Bound (il massimale):Captura_de_pantalla_2019-03-25_a_las_12

In funzione di tali dichiarazioni il mercato ha reagito interpretando il rallentamento della crescita come notizia positiva sul lato obbligazionario e negativa sul lato azionario, questo perché, nonostante la sostanziale immutata strategia la FED ha esposto stime di rialzo dei tassi di interesse decisamente più basse rispetto a dicembre. Di seguito mostriamo le previsioni dei tassi degli esponenti della FED definite Dot Com, richiamando il grafico con le quali sono esposte, rapportandole alle stesse espresse pochi mesi fa all’ultimo meeting.

Nel seguente grafico le stime degli esponenti sono mediate per facilitarne l’esposizione:Captura_de_pantalla_2019-03-25_a_las_12

Le stime in particolare correzione rispetto dicembre scorso hanno frenato degli investitori catalizzando la domanda verso assets meno rischiosi, anche in Europa c’è stata una certa risonanza di queste stime ribassiste inducendo gli investitori ad optare per assets di rifugio su tutti il BUND che per la prima volta dal 2016 torna al rendimento negativo.

Le principali conseguenze che ci aspettiamo dal rallentamento della crescita USA sono:

  • Indebolimento del Dollaro (per ora neutralizzato dal negativo dato sul PMI manifatturiero europeo)
  • Incremento del prezzo delle materie prime
  • Decremento dei tassi di interesse USA e conseguente apprezzamento dei T-Bond
  • Rafforzamento dei mercati emergenti
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