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ETF sostenibili, la parola ai big player


L’interesse verso gli investimenti ESG non ha lasciato indifferente il mercato degli etf, dove a febbraio si sono raggiunti i 15 miliardi di masse gestite in Europa. Possiamo quindi ancora parlare di semplice moda? Ne abbiamo discusso con i due market leader di etf SRI in Europa UBS AM e iShares, che possiedono rispettivamente il 34% e il 30% della quota di mercato.

“Non pensiamo sia una moda, ma un vero e proprio trend. Prima o poi tutte le strategie tenderanno a confluire nell’ESG, tanto che si smetterà di parlare di esse con questa particolare specificazione, ma tali criteri verranno dati per scontati”, commenta Francesco Branda, head of Passive & ETF Specialist Sales Italy di UBS AM.

Sicuramente il principale driver di crescita è la regolamentazione. Nel 2018 infatti sono state introdotte diverse norme ESG sia per gli investitori che per i soggetti emittenti, e ciò si è tradotto in una fortissima accelerazione per il mercato dei prodotti indicizzati. Da settembre a febbraio la raccolta è stata rilevante sia sul segmento equity che fixed income. “Tuttavia, da inizio anno i flussi fixed income la fanno da padrone, questo probabilmente a causa di un riposizionamento degli investitori a fine ciclo, dovuto anche ad una politica della Fed più dovish”, aggiunge.

L’offerta

La gamma di offerta sta diventando sempre più vasta, iShares per esempio, che è il secondo player sul mercato, offre oggi 29 prodotti, che consentono di investire secondo criteri ESG con uno spettro completo di obiettivi e asset class e ad un costo in molti casi pari a quello degli altri strumenti core. “In questi etf escludiamo quelle società che operano in settori particolarmente controversi, mantenendo un tracking error contenuto e costi in linea con l’esposizioni tradizionali. Ciò avviene tramite le nostre gamme screened ed enhanced. Quest’ultima in particolare, di recente lancio, consente inoltre di migliorare l’ESG score dell’indice e abbattere del 30% le emissioni di carbonio. Abbiamo inoltre una terza gamma, quella SRI, che consente ulteriormente di premiare le aziende più virtuose con un approccio best in class. Considerato il consenso a livello accademico sulla bontà degli investimenti sostenibili anche in termini di performance aggiustate per il rischio nel medio e lungo termine e la varietà dell’offerta, la domanda da porsi non è tanto perché investire in ESG, ma forse perché non farlo”, dichiara Andrea Favero, head of iShares Italy Wealth di BlackRock.

D’altro lato Francesco Branda spiega come viene strutturata tale offerta: “Per l’azionario si prendono gli indici core sottoposti ad un alto livello di screening esg. Le nostre strategie replicano di solito solo il 25% dell’indice madre, a conferma del fatto che viene applicato un importante filtro; ma abbiamo anche strategie con un approccio più light che può essere efficace per avere low tracking error rispetto agli indici madre e avere allo stesso tempo uno screening ESG. Per la gamma fixed income, è agevole applicare lo screening sri all’obbligazionario corporate, mentre è difficile individuare un criterio ampiamente condiviso per classificare come ESG i titoli governativi. UBS ha ovviato a questa difficoltà ideando un innovativo strumento ESG sull’obbligazionario Multilateral Development Banks, cioè soluzioni esg di bond emessi da organismi sovranazionali per lo sviluppo di Paesi emergenti. Innovazione ne abbiamo portata anche in campo equity con il gender equality. Nel mese di aprile abbiamo lanciato il primo etf ESG sullo S&P500, l’indice più famoso del mondo, nella doppia versione euro hedged e a cambio aperto, per il quale abbiamo l’esclusiva di utilizzo per l’intera Europa”, conclude il manager di UBS AM.

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