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ETF: chi per il trading, chi per il portafoglio


Gli investitori utilizzano gli ETF in modo molto diverso. In alcuni casi, determinati prodotti sono visti come un buon strumento per fare trading, in altri, come veicoli per costruire posizioni con un orizzonte di investimento a medio-lungo termine. In termini generali, non si può certo dire che alcuni predominino, ma alcuni ETF, molto specifici, sono usati tatticamente per entrare e uscire rapidamente dai mercati mentre altri per costruire il nucleo dei portafogli (core).

Negli Stati Uniti, il mercato dove la penetrazione di questi prodotti è più elevata, ci sono grandi differenze che si materializzano sia a livello di provider così come di ETF, dove si verificano casi molto eclatanti, come il fatto che due prodotti di due entità diverse che replicano lo stesso indice siano utilizzati dagli investitori in modi molto differenti: in un caso per fare trading e in un altro per investire a lungo termine.

State Street vs Vanguard

A livello di provider, gli ETF di State Street Global Advisors tendono ad essere utilizzati dagli investitori nel breve termine, come evidenziato da un periodo di detenzione medio di un solo mese nel caso dello SPDR S&P 500 – il fondo quotato più grande del mondo con 260 miliardi di dollari di attività in gestione - e di 78 giorni nello SPDR Gold Shares. Al contrario, i fondi quotati in Borsa di Vanguard sono prodotti che gli investitori detengono in portafoglio, solitamente, per più tempo. L’esempio più illustrativo è quello del Vanguard Total Stock Market ETF, il più grande dell’asset manager e il terzo più grande al mondo. Questo prodotto rimane nel portafoglio degli investitori per una media di quasi due anni. Dei venti ETF con maggior patrimonio, è quello che gli investitori detengono più a lungo: in media 679 giorni.

I venti ETF con maggior patrimonio al mondo sono domiciliati negli Stati Uniti e caratterizzati da un volume di asset in gestione enorme e da una liquidità in Borsa molto elevata. Se lo confrontiamo con quello europeo, il mercato americano degli ETF è molto più sviluppato e, soprattutto, ha un grande vantaggio: non è frammentato in una moltitudine di centri di negoziazione e Paesi. Ciò implica che, in relazione all’Europa, ha molti meno ETF sul mercato e questi raggiungono un patrimonio e un livello di liquidità in Borsa molto elevato, essendo l’intero flusso di transazioni concentrato in un’unica sede di negoziazione. Un’altra importante differenza è che, negli Stati Uniti, la maggior parte delle transazioni viene eseguita in Borsa e non al di fuori del mercato (OTC) come accade invece in Europa.

Tempo di permanenza nei maggiori ETF del mondo

Fondo

Patrimonio
(mld di dollari)

Tempo medio di permanenza
nell’ETF (giorni)

SPDR® S&P 500 ETF

259,9

31

iShares Core S&P 500 ETF

147,0

313

Vanguard Total Stock market ETF

90,2

679

Vanguard S&P ETF

84,4

376

iShares MSCI EAFE ETF

77,3

141

Vanguard FTSE Developed Markets ETF

68,0

395

Vanguard FTSE Emerging Markets ETF

67,3

280

PowerShares QQQ ETF

56,1

27

iShares Core US Aggregate Bond ETF

53,6

386

iShares Core MSCI EAFE ETF

48,9

262

iShares Core MSCI Emerging Markets ETF

45,2

199

iShares Core S&P Mid-Cap ETF

42,9

388

iShares MSCI Emerging Markets ETF

41,2

33

iShares Russell 2000 ETF

40,4

23

iShares Russell 1000 Growth ETF

38,7

451

Vanguard Total Bond Market ETF

36,8

490

iShares Russell 1000 Value ETF

36,5

343

Vanguard Value ETF

35,6

555

iShares Core S&P Small-Cap ETF

35,2

347

SPDR® Gold Shares

34,7

78

Fonte: Morningstar Direct.

Secondo José Zárate, associate director of ETF Research di Morningstar, al di là dell’Atlantico, tutto questo ha permesso che alcuni ETF abbiano usurpato il ruolo precedentemente detenuto dai futures al momento di assumere posizioni sul mercato a breve termine. “Ad esempio, lo SPDR 500 ETF è molto più versatile, veloce da eseguire (sia in fase di acquisto che di vendita) e con straordinaria liquidità. Quelli che in precedenza utilizzavano futures sull’indice S&P 500 per stabilire posizioni in portafoglio - solitamente nel brevissimo periodo, ad esempio per gestire la liquidità - ora usano lo SPDR 500 ETF. In questo modo, si evita tutto l’armamentario del trading in futures, che di solito comporta un processo ingombrante in cui bisogna calcolare margini, calls... In confronto, acquistare o vendere un ETF è pari a comprare o vendere un’azione. E la maggior parte di questi ETF ha un bid/offer spread molto stretto, con il quale il costo del trading è molto basso”, spiega l’esperto.

Pertanto, gli ETF con periodi di detenzione molto bassi sono essenzialmente utilizzati come sostituti dei contratti futures tradizionali. Oltre allo SPDR S&P 500 nel caso dello S&P 500, succede nei mercati emergenti con l’iShares MSCI Emerging Markets ETF, nel Nasdaq 100 con il Powershares QQQ e nell’indice americano di società a bassa capitalizzazione con l’iShares Russell 2000 ETF.

Perché alcuni sì e altri no?

Cosa spiega il fatto che due ETF sullo stesso indice abbiano periodi di permanenza in carica diversi come quelli che mostrano l’indice SPDR S&P 500 (31 giorni in media) e il Vanguard S&P 500 ETF (376 giorni)? Sarebbe a dire: perché alcuni ETF in particolare sono massicciamente utilizzati per fare trading e altri che presentano le stesse caratteristiche non lo sono? Per Zárate, la risposta è molto semplice: “Perché di solito sono quelli arrivati prima sul mercato e che tradizionalmente hanno assunto questo ruolo. Una volta che ce l’hanno stabilito, una buona idea è quella di concentrare tutta la liquidità e le transazioni in un unico strumento, proprio per garantire che i bid/offer spread siano sempre molto ridotti”, rivela.

Il fatto che gli ETF siano utilizzati come strumenti di trading è una cosa che, per ora, succede solo negli Stati Uniti. In Europa siamo ancora molto lontani dal fatto che i fondi siano comunemente utilizzati come sostituti dei futures su larga scala, anche se è un qualcosa che i provider sono molto interessati a promuovere ai propri potenziali investitori istituzionali.

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