Economia globale, la crescita degli utili è vicina al picco


Contributo a cura di Lorenzo Di Mattia, gestore del fondo HI Sibilla Macro, Hedge Invest SGR.

La reazione dei mercati al graduale rallentamento globale che ha seguito il picco di crescita nel 2018 è stata piuttosto sorprendente. Inizialmente, tale realtà è stata percepita come un’improvvisa recessione, che ha portato ad un mercato fortemente ribassista. Successivamente, a soli due mesi di distanza, il rallentamento è stato interpretato come una ripetizione di quanto avvenuto nel 2016, con una ripartenza del mercato rialzista e una ripresa degli utili.

A nostro avviso, sia lo scenario di una recessione che quello di una ripetizione del 2016 sono molto improbabili. Per quanto riguarda il primo, nonostante i segnali di un rallentamento siano inequivocabili, si tratta di indicatori veramente preliminari, affidabili solo su un orizzonte temporale di almeno un anno: suggeriscono un vero rischio di recessione per il 2020, ma non per il 2019. Il secondo scenario è altrettanto improbabile. Nel 2016 il mercato aveva sperimentato una piccola battuta d’arresto nella crescita degli utili, seguita da una crescita molto marcata nei due anni successivi. Al contrario, nel 2019 gli utili raggiungeranno un picco, a cui farà seguito un’inevitabile recessione degli utili stessi – ancora prima che una recessione economica. C’è una probabilità molto alta che vi sia una diminuzione degli utili almeno del 5% negli Stati Uniti nel 2019.

In sostanza, anche se un marginale rialzo dei mercati è ancora possibile nel caso di un accordo commerciale positivo tra USA e Cina e di una FED più accomodante, crediamo che il downside potenziale sia almeno due volte maggiore rispetto all’upside nella situazione attuale – probabilmente anche tre volte maggiore. Il range per l’S&P500 che prevediamo per quest’anno è tra 2500 e 2900.

Tipicamente, ci aspetteremmo un downside anche maggiore, dato il trend degli utili globali. Tuttavia, l’approccio delle banche centrali orientato alla ‘prevenzione’ – cioè volto ad evitare in ogni modo sia una recessione che un bear market, persino a costo di fare schizzare l’inflazione e di creare bolle – impedirà che vi siano mercati ribassisti come quelli del 2008 e del 2002.

L’ultimo folle sviluppo è la discussione che si sta svolgendo all’interno della FED riguardo a quello che potrebbe diventare un vero e proprio meccanismo di ‘controllo dei prezzi’, più che un target di inflazione. In pratica, la FED potrebbe decidere, astenendosi dal tightening, di permettere che l’inflazione oltrepassi il 2% per un periodo di tempo prolungato, se ciò consentisse ai livelli dei prezzi di recuperare dai precedenti periodi di bassa inflazione, comuni negli anni passati. Una banca centrale può non essere in grado di generare una crescita reale del PIL, ma può sicuramente generare inflazione e probabilmente anche crescita nominale.

Vi sarà certamente inflazione in alcuni asset, come i metalli preziosi e i Treasury USA, così come in alcune società e settori selezionati con esposizione bassa o nulla al ciclo economico. Vale la pena puntare su queste aree, dal momento che in un orizzonte temporale intermedio saranno le uniche a salire.

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