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Otto cose da sapere prima di investire nei PIR


Dal punto di vista del risparmio gestito, il 2017 sarà ricordato come l’anno dei PIR. Ne parlano tutti e i risparmiatori italiani ne vanno pazzi. Eppure spesso ci si dimentica di metterne in luce anche gli aspetti più controversi, come i rischi e i costi. "C’è chi considera i Piani Individuali di Risparmio come malefici figli dell’avidità dell’industria finanziaria, e chi invece ne tesse le lodi, presentandoli come il nuovo miracoloso prodotto che rende ricchi gli investitori e aiuta l’economia italiana", spiega Raffaele Zenti, co-fondatore di AdviseOnly. E continua: "Non è tutto bianco o nero, bene o male, Jedi vs Sith. Nel caso dei PIR una partizione netta non è granché appropriata". Secondo l'esperto, prima di investire in questi strumenti è bene tenere a mente otto aspetti: 

1. Beneficio fiscale: è un indubbio, solido punto a favore dei PIR. Infatti, purché vengano rispettate alcune condizioni, i PIR concedono l’esenzione totale dalle imposte sui redditi generati dall’investimento (e dalla tassa di successione, in caso di malaugurato decesso del sottoscrittore). Inoltre, in una famiglia di N persone possono esserci altrettanti PIR (volendo, anche intestati a figli minorenni), moltiplicando N volte l’effetto del beneficio fiscale. Non è poca cosa, sempre ammesso che ci siano plusvalenze da tassare.

2. Performance: beh, niente da dire, le performance dei PIR sono state sin qui ottime, quantomeno al lordo delle commissioni di gestione e compagnia bella. In effetti, il 2017 è stato un ottimo anno in Borsa, e quella italiana si è distinta in positivo (anche se le performance a lungo termine restano sconfortanti). Questo, probabilmente, anche grazie al sostegno alla domanda di titoli derivante dal lancio dei PIR: nel 2017 sono stati raccolti oltre 7,5 miliardi di euro in PIR, denaro utilizzato per acquistare titoli azionari ed obbligazionari italiani, influenzandone positivamente il prezzo. Basta una sbirciata distratta al grafico seguente per capire che, piaccia o non piaccia, un po’ di “effetto PIR” sulla performance c’è stato, eccome:

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L’indice più sensibile di tutti è il FTSE Italia STAR, che raccoglie imprese con capitalizzazione compresa tra 40 milioni ed un miliardo di euro, “piccoline” e più sensibili ai flussi d’acquisto associati alla fenomenologia PIR. Segue il FTSE Italia Mid Cap, con le prime 60 società per capitalizzazione non appartenenti all’indice FTSE MIB, anch’esse appetibili per i PIR. Poi viene il FTSE AIM Italia, indice delle azioni quotate sull’AIM, il mercato di Borsa Italiana per le PMI con alto potenziale di crescita. Segue, staccato, il FTSE MIB, indice large cap delle prime 40 società italiane, in linea con lo Euro Stoxx 50, indice dell’Eurozona.

3. Rischio Italia: una cosa che molti hanno detto e ridetto è che i PIR sono un concentrato di rischio Italia. Proprio così. Quindi, per non compromettere la diversificazione di portafoglio, è meglio non esagerare con il peso in portafoglio di questi prodotti squisitamente 'Made in Italy. Su questo punto non ci piove: diversificare i rischi è l’ABC di portafoglio. Tuttavia, si può discutere su che cosa voglia dire “non esagerare”. Per dare un’idea Zenti ha creato un portafoglio azionario globale 'ottimo' minimizzando il downside risk (sfruttando al massimo la diversificazione), con le principali asset class azionarie, Italia inclusa. Ipotesi: non è chiaro quale mercato avrà le migliori performance da qui a 5 anni, quindi ci si focalizza sulla minimizzazione del rischio. Conclusioni? Il peso medio dell’Italia in tale portafoglio azionario globale 'ottimamente' diversificato è in un intorno del 3%. "Parlando solo di azioni e pensando a un PIR bilanciato, una quota di Italia difendibile ritengo stia tra il 2% e il 5%", spiega l'esperto. "Certo, il peso dell’Italia può aumentare se si ha l’idea precisa che l’azionario Italia abbia un potenziale maggiore rispetto ad altre asset class. Ad esempio, se si prosegue l’esercizio ipotizzando che l’Italia abbia le carte per rendere mediamente l’1% all’anno in più delle altre asset class azionarie, ebbene, il peso medio sale al 3,60%. La distribuzione di probabilità del peso ottimale è riportata nel grafico seguente – è chiaro che andare oltre il 10% di Italia rischia di diventare un atto di fede, più che una scelta di asset allocation".

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4. Costi: se parliamo di costi, parliamo di commissioni. Commissioni di gestione, di sottoscrizione, di performance. Ora, le commissioni dei PIR sono eterogenee, anche se mediamente elevate. "Abituato a osservare in immersione gli squali nel loro ambiente, ho ravvisato nell’industria del risparmio la tipica efficienza del predatore apicale acquatico: grazie a commissioni ipertrofiche, con abile mossa molti operatori si sono impossessati del beneficio fiscale che il legislatore ha attribuito al risparmiatore. Si sono pappati un bel boccone di beneficio fiscale". Gli intermediari hanno sfruttato al meglio l’asimmetria informativa e tutti i bias cognitivi dei risparmiatori italiani per effettuare la predazione. Ma c’è un grosso ma: non è vero per tutti gli operatori e tutti i prodotti. Alcuni PIR hanno infatti commissioni 'umane' e mantengono un buon margine di convenienza per chi investe. E, comunque, è semplice: basta leggere la documentazione informativa, valutare con raziocinio il prodotto che si ha davanti e non farsi prendere per il naso.

5. Valutazioni: “L’Italia è cara, è in bolla”. “C’è valore nell’Italia, i margini di salita sono elevati”. Bah. Guardate il grafico seguente. Riporta il rapporto Price/Book, tradizionale e solidissima misura di valutazione fondamentale, per l’indice più rappresentativo del mondo PIR, il FTSE Italia STAR, confrontandolo con un ampio indice europeo, lo Stoxx 600, e un ampissimo indice mondiale, inclusivo dei Paesi Emergenti, ovvero l’indice MSCI World AC. Tanto più è elevato il rapporto Price/Book, tanto più è caro il mercato. Il grafico parla da solo: le valutazioni sono in linea con quelle delle Borse mondiali. Quindi investire in Italia non è certo conveniente (le Borse sono un po’ oltre il loro 'valore d’equilibrio'), ma non è nemmeno una follia.

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6. Effetti sull’economia reale: "Il fiume di retorica speso per sottolineare l’effetto PIR sull’economia fa sembrare le cascate del Niagara un ruscello di campagna. Altrettanto forte è stata la corrente acida contraria", dice Zenti. In realtà, a un anno dal loro avvio, è presto per dire se i PIR incidano o no sulla struttura produttiva italiana, caratterizzata da un’eccessiva quantità di PMI che faticano a crescere di dimensione. Si possono solo notare i primi effetti: ad esempio, la variazione nel numero di IPO. Parliamo quindi d’aziende che si quotano in Borsa spinte dalla buona accoglienza fino ad ora riservata ai titoli papabili per i PIR. C’è stato un sensibile aumento nel numero di IPO in Italia: nel 2017 si è passati da una media mensile di una IPO a una media mensile di 2,5. Dato ancora basso rispetto al resto dell’Eurozona, se guardato in assoluto, ma altissimo se si guarda alla variazione percentuale: in Italia le IPO sono aumentate del 150%, mentre nell’Eurozona dell’8%. Analizzato con qualsiasi strumento e test statistico (test di Wilcoxon, stime con bootstrap effettuate in assoluto, o sulle differenze di valori, quello che volete), si tratta di un miglioramento super-significativo. Cioè: da inizio 2017, il numero di IPO in Borsa Italiana è aumentato in modo netto e significativo rispetto al passato, e questo aumento è d’intensità ben maggiore di quello verificatosi nell’Eurozona. Pertanto non è un mero effetto derivante dal miglioramento della congiuntura sul continente europeo. "Difficile dire se sia un 'effetto PIR'. Il sospetto c’è, onestamente".

7. Educazione finanziaria: i PIR impongono (per godere dei benefici fiscali) d’investire per almeno un quinquennio in asset a rischio medio (obbligazioni societarie italiane) o alto (azioni italiane), o medio-alto (prodotti bilanciati/flessibili). I PIR spingono gli investitori ad assumere rischi su un orizzonte temporale congruo – una novità per il risparmiatore italiano medio. 

8. Effettiva fattibilità: in teoria, chiunque abbia investimenti in strumenti finanziari (azioni, obbligazioni, ETF) che siano PIR-compliant e fondi o polizze PIR, avrebbe diritto di comporsi un portafoglio a piacere e godere dei benefici fiscali previsti dalla normativa sui PIR. "Tuttavia la teoria e la pratica sono lontane, e la faccenda non è poi così semplice. Alcuni intermediari hanno effettivamente lanciato conti dedicato ai PIR 'fai-da-te', grazie ai quali i clienti possono creare in autonomia il portafoglio, acquistando azioni, obbligazioni ed ETF, beneficiando della fiscalità agevolata, nel rispetto dei requisiti normativi. Ma costicchiano. Sicché, pragmaticamente, se non si ha l’animo e le pulsioni del bricoleur finanziario, il modo più semplice per usufruire dei vantaggi offerti dai PIR è investire in un prodotto PIR. Ad esempio un fondo comune. Con buona pace degli astratti principi ispiratori della normativa".

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